domenica 24 ottobre 2010

Giorni Felici, un'apoteosi di luce.




Rappresentare un testo come Giorni Felici di Samuel Beckett è un'impresa ardua, anche per uno come Robert Wilson. La genesi del testo elimina alla base uno degli ingredienti fondamentali di una rappresentazione teatrale: il movimento. Principale personaggio della pièce è Winnie, una donna sulla cinquantina sepolta fino alla vita in un alto cumulo di terra. Ha una sporta nera all'interno della quale ha diversi oggetti quali pettine, spazzolini, dentifricio, una lima, un parasole e una rivoltella che accarezza e bacia. Può comunicare solo attraverso la parola, i movimenti delle mani e la mimica facciale. Suo marito (sempre di spalle al pubblico, fino alla fine della pièce quando striscia davanti alla moglie), vive in una cavità posteriore del cumulo, pronuncia soltanto monosillabi e parole strascicate per confermare alla moglie che riesce ad ascoltarla. Sebbene possa ancora muoversi, Willie si muove soltanto strisciando.
Nel seconda atto, Winnie è sepolta fino al collo, ormai neanche e mani possono aiutarla a comunicare. Nonostante questo Winnie non perde il suo ottimismo, è felice della sua esistenza o almeno così cerca di far credere, scacciando da se stessa l'idea di un'esistenza vuota. Un capolavoro di scrittura, un testo dalle molteplici interpretazioni che porta all'estremo la condizione esistenziale, sottolinea il dramma dell'antiazione, della vuotezza d'animo, della fuga dalle proprie angoscie. Se lo si leggesse, si arriverebbe alla conclusione che i due siano una normale coppia borghese la quale quotidianamente parla di tutto e di niente per riempire il vuoto. La situazione fisica porta la vicenda ai limiti dell'assurdo evidenziando l'impossibilità dell'individuo di mutare la propria posizione.

Con tali premesse si comprende agevolmente che il testo è di difficile rappresentazione. L'allestimento di Wilson gioca appunto sull'elemento visivo creando un'ambientazione psichedelica e irreale, con luce bianca fortissima che spinge lo spettatore all'illusoria sensazione del sogno. Molto spesso si ha l'impressione di guardare un cartone animato, proprio a causa di quell'illuminazione non naturale ed inusualmente elettrica; anche i suoni, spesso accompagnati al gesto, sembrano tratti dal mondo dei cartoni. Luci, suoni e parola, si fondono così in tuttuno affascinante, in una sincronizzazione perfetta. La bravura di Adriana Asti da un surplus alla rappresenazione, ma l'elemento visivo estremo sovrasta l'elemento concettuale presente nel testo: il dramma non è stato portato al massimo del suo potenziale. L'uso della tecnica permette giochi un tempo impensabili, agevola la creazione di situazioni evocative, ma al tempo stesso da la sensazione di un uomo subordinato alla macchina. In ogni caso, la scelta è semplice e d'effetto: un enorme pannello bianco alle spalle di Winnie alterna situazioni di luce e di buio attraverso variazioni graduali e impercettibili. Un'apoteosi visiva, una luce bianca e abbagliante che raggiunge comunque lo scopo di creare una situazione di vuoto nella quale lo sguardo viene catturato dal cumulo nero e stazionario; un vuoto che quotidianamente si trasferisce nel suono di una sveglia, in un sole che sorge nel dramma reiterato di vivere un giorno felice.

Recensione a cura di Alessandro Giova
(visto al Teatro Valle il 23/10/2010)

Giorni Felici
di Samuel Beckett

Regia, scene e luci di Robert Wilson
con Adriana Asti, Giovanni Battista Storti
Teatro Valle 15.24 Ottobre


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