venerdì 3 dicembre 2010

Psicosi delle 4.48, ultimo atto della Kane al Teatro Lo Spazio



Solitamente sono l'ultimo a lasciare la sala. Mentre il pubblico abbandona la platea resto impietrito, fisso la scena ormai vuota e ricompongo i tasselli dello spettacolo lungo il sentiero delle emozioni suscitate. Questa volta non ero l'ultimo: una ragazza è rimasta seduta in prima fila piangendo. Piangeva a testa bassa, lasciando scivolare vigorosi singhiozzi. Ho provato grandi emozioni sedendo in teatro, ma mai così intense da rimanere interdetto in un mare di lacrime.

Agghiacciante. È questa la prima parola che mi viene in mente pensando a Psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane, autrice britannica morta suicida a 28 anni, in scena in questi giorni presso il Teatro Lo Spazio di Roma. Un testo, ultimo della Kane prima di suicidarsi, che ti prende direttamente allo stomaco; c'è, nelle sue crude parole, dolore, tutto il dolore esistenziale di un'artista complessa.
Monologo femminile che mette a dura prove le doti attoriali, è un tetro grido di dolore che si instaura nelle nostre viscere trascinando con sé tutto il malessere, la follia, la stretta morsa della solitudine, la consapevolezza causa prima dell'inadeguatezza nei confronti del mondo in cui si vive. Tempo, forse quello sbagliato: - forse sono nata nell'era sbagliata.
Un dolore che porta a progettare il suicidio, atto finale lucido e pensato, consapevole fine dei mali: e se non fosse la fine? Se lo chiedeva anche Amleto nel suo famoso monologo. Morte desiderata, cercata, eppure ripudiata: "Io non voglio morire, nessun suicida vuole morire".
È il peso della vita a bisbigliare nel vento la parola suicidio, è la solitudine, il macigno opprimente che valuta accettabile l'inaccettabile morte. Psicosi delle 4 e 48 è un sussurro che diviene grido poco a poco, lancinante richiesta d'aiuto, una richiesta di soccorso non alla medicina ma all'amore. "Mi caverei gli occhi, mi farei amputare gli arti, ma non rinucerei mai all'amore". Il grido raggiunge il suo massimo, si spegne, torna sussurro, diviene silenzio sotto un velo bianco.

L'allestimento è semplice. Walter Pagliaro costruisce un ambiente estremamente intimo: non viene usato il palco, l'azione si svolge ad altezza pubblico, come se fossimo noi quei medici che studiano da dietro uno specchio il decadimento del malato. Un letto al centro, coperte bianche, tre cuscini, il pubblico sistemato a ferro di cavallo intorno al luogo dell'azione. Una Micaela Esdra braccata dai nostri occhi, chiusa dentro un recinto di respiri. Non ci guarda, tiene gli occhi chiusi per molto tempo, finché lo spazio si fa angusto e guarda nelle nostre pupille come fossero i muri gommati di un manicomio. Il respiro si spezza e l'azione frenetica, scaccia fantasmi, risponde a se stessa, ci litiga, talvolta combatte fisicamente con qualcuno; ma non c'è nessuno, l'unica presenza è quella che proviene dalla sua testa, una voce che sembra non provenire da lei, ma dall'alto, un pensiero tonante anche per noi: lei è dinanzi a noi spossata, la sua voce scende dall'alto, ci prende alle spalle. Mi piace ciò che ha messo in piedi Pagliaro: con un testo del genere si è forse tentati di abbagliare il pubblico, stupire ricercando forme ad effetto. Invece lui opta per la semplicità rappresentativa per dare maggior forza alle parole. La sala era piccola, ma l'attrice usava il microfono. Non amando particolarmente l'uso del microfono a teatro, ne ero rimasto contrariato, in quanto sempre più mi convinco che si ricorre alla tecnica per sopperire alle mancanze degli attori. Mi ha spiegato il ragazzo alla regia della scelta voluta e pensata al fine di creare un effetto d'insieme, una voce che provenisse dal pensiero e non dalla bocca, che scendesse sul pubblico avvolgendolo e incrinando un po' quell'intimità. La Kane non parla al pubblico ma a se stessa e in questo la scelta è stata azzeccata e ben calibrata. Al di là delle proprie preferenze personali, è proprio quando le sensazioni del pubblico e la volontà del pubblico si incontrano che uno spettacolo può definirsi riuscito.

Buona interpretazione di Micaela Esdra, seppur le sue variazioni di tono spesso non sembravano pensate. Probabilmente il microfono influiva negativamente in questo aspetto. Energica, pulita, nessuna sbavatura, eppure è mancata una brillantezza delirante nei momenti culmine che avrebbero dato maggior vigore alla sua prova: se non è un dieci è un otto. Peccato alla fine non aver sentito gli scroscianti applausi di una sala piena. Nella sala erano presenti soltanto 16 persone (me compreso), e il battito delle mani di un pubblico tanto esiguo trasmette una vaga senzazione di freddezza. Peccato, ci voleva un po' di calore per sciogliere la tensione; forse anche per questo la ragazza piangeva.

Recensione a cura di Alessandro Giova
(visto al Teatro Lo Spazio il 2/12/2010)


PSICOSI DELLE 4.48
di Sarah Kane

regia di Walter Pagliaro
con Micaela Esdra
Associazione Culturale Gianni Santuccio

DAL 01 DICEMBRE AL 12 DICEMBRE presso il Teatro Lo Spazio,
Via Locri 42/44

Informazioni Tel.+39 06 77076486 +39 06 77204149 (15,30-19,30)
info@teatrolospazio.it

Psicosi delle 4.48 è l’ultimo testo di Sarah Kane che qui porta in scena la sua morte in un’ora che non è insolita, dato che secondo alcune statistiche, le 4.48 sembra l’ora più adatta ad assecondare il suicidio. Quali possono essere le cause di una simile scelta? Il rapporto disarmonico con i genitori, la sfiducia nella società, il sentirsi in colpa per tutte le guerre, ma soprattutto la mancanza di amore, la solitudine insopportabile, specie se ci si sente abbandonati da chi si ama. Psicosi è una confessione struggente, un atto di fede nei confronti del teatro che ci obbliga a guardarci dentro sempre senza alibi né ipocrisie.
- Walter Pagliaro -


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