mercoledì 16 maggio 2012

La favola di W.S. ovvero 1984 visto da Francesco Giuffé al Teatro Argot. Recensione




"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato." Che lo si legga in forma narrativa o lo si scopra in forma teatrale, 1984 di George Orwell è sempre un gran pugno allo stomaco (non lo hai letto? Acquistalo qui). Un brivido sale lento alla schiena, come un termometro, misurando quanto alta è la nostra paura. Si rimane atterriti, preda di un'inerzia paralizzante: una società del post-pensiero, educata dalla televisione, controllata da potenti mezzi tecnologici. In parte quel mondo lo viviamo, un processo in tal senso s'è già realizzato e rischia di espandersi: non esiste ciò che esiste, ma esiste ciò che la televisione afferma esistere. Tanti fantocci, a cui dei clown manca solo il cerone e il naso, tramutano la vita in palinsesto: ciò che siamo e pensiamo, è ciò che il grande manovratore televisivo ci induce ad essere e pensare. In questo Orwell è stato un profeta, prevedendo il lento processo di annientamento dell'homo videns. Allora, oggi, 1984 non rappresenta soltanto un capolavoro di veggenza letteraria, ma una necessità da raccontare, un vaccino contro il disfacimento del pensiero.
E la cura è somministrata al Teatro Argot, teatro che offre sempre proposte teatrali interessanti, dove Francesco Giuffré chiude la stagione con la coraggiosa messa in scena della profezia di Orwell (ridotto €8.00). Giuffrè ci propone un punto di vista allegorico del potere: l'uomo con cui il Grande Fratello si palesa ha un trucco da pagliaccio e la comunicatività di un artista di strada, personaggio non presente nel romanzo, ma efficacemente inserito nella versione teatrale di Giuffré. L'inizio è davvero qualcosa di magico ed emozionante, che lascia presagire un prodigio scenico. Si viene subito catturati dalla potenza delle immagini, trasportati in un nuovo emisfero, tetro e inquietante: un carretto con un teatrino delle marionette, un uomo che si trascina, tre uomini raccontano i propri ricordi i quali si materializzano sullo sfondo sotto forma di proiezioni in bianco e nero, il sortilegio del grande affabulatore e l'umanità negli occhi che svanisce. Ha qui inizio un nuovo mondo: il grande occhio ora sovrasta la scena illuminandola; l'uomo non è più uomo, ha perso i ricordi, ha perso se stesso: "senza ricordi non siamo niente" avverte Winston, l'uomo che tenta di opporsi al totalitarismo del partito e mantenere viva la propria memoria. Mi viene in mente Stanislavskij, che a proposito del lavoro sull'attore diceva: un personaggio senza passato è un personaggio senza presente. Due concetti identici, seppure estrapolati da contesti diversi, che ho voluto ribadire con una citazione esterna perché è proprio intorno a questo concetto e timore che ruota tutta la rilettura teatrale di Giuffré, nel tentativo forse di avvertirci: nell'epoca della moltiplicazione illimitata dove tutto diviene usa e getta, la perdita dei ricordi è il nostro rischio più grande. A questo dunque tendiamo, esseri senza presente? Ogni giorno il manovratore ci mostra la nostra immagine ideale, prendendo in cambio i nostri ricordi e, con essi, sentimenti ed emozioni. Uno ad uno cadiamo, finché non rimarrà un solo Winston Smith: allora sarà inutile opporsi. Ecco allora che l'esperimento di Giuffré diventa un tentativo di rilancio alla ricerca di un cambio di passo, di una direzione, di un presente a rischio di estinzione.
Tuttavia, nonostante l'inizio da manuale e l'apprezzata estrapolazione dal ricco contesto orwelliano di un recinto preciso e circoscritto, lo spettacolo perde brillantezza durante il suo svolgimento. L'energia si affievolisce, le suggestioni si fanno più deboli, questo soprattutto a causa di una complessa macchina che soffre i numerosi cambi scena, spesso troppo netti e causa della perdita di ritmo. Tra gli attori è sicuramente magistrale l'interpretazione di Camillo Grassi nelle vesti dello spettrale marionettista, mentre in generale emerge un po' d'affettazione e poca vivacità emotiva. Probabilmente più di tutti delude il personaggio di Winston (Giovanni Carta), il quale si muove su una linea troppo retta e non è in grado di vivificare quell'immaginario complesso che la letteratura ha creato. Ciononostante il lavoro – certamente di non facile realizzazione – è di sicuro interesse e se ne ne consiglia la visione.

Recensione a cura di Alessandro Giova

liberamente tratto da 1984 di George Orwell

adattamento e regia di Francesco Giuffré
con Giovanni Carta, Camillo Grassi, Massimiliano Mecca, Marta Nuti

luci Beppe Filipponio
scene e costumi Andrea Del Pinto e Aurora Buzzetti
video Letizia D’Ubaldo
foto di scena Gaelle Tomassini
aiuto regia Leonarda Imbornone

dall'8 al 20 maggio al

TEATRO ARGOT
Via Natale Del Grande, 27 | 00153 Roma
ore 20,45 – domenica ore 18,45 – lunedì riposo
Biglietti: €12 - Ridotto €8.00  - tessera associativa €3.00


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