mercoledì 10 ottobre 2012

Sotto un manto di stelle - La mano in tasca, Teatro Millelire 9 | 14 ottobre. Recensione



C'è una parola che ricorre in questi nostri tempi presenti. Una parola che non possiamo ascoltare senza lasciarci andare a qualche sospiro di preoccupazione, che ci lascia impietriti ed impotenti. Una parola che leggiamo, ascoltiamo, viviamo. Una parola dalla quale fuggiremmo volentieri ma che è destinata ad inseguirci come un'ombra minacciosa. Grandi professoroni e saccenti profeti non perdono l'occasione per mostrarci il nocciolo del problema e proporci soluzioni. Ne parlano i giornali, le televisioni, la gente comune nei bar, ne parla l'aria, pesante ed assordante, infetta come un virus le vite e ne contamina ogni aspetto. Una parola così,   non può che finire per essere anche motivo di esplorazione teatrale. E' la tanto temuta crisi, presupposto  da cui è partita Giselda Palombi per i suoi due lavori "Sotto un manto di stelle" e "La mano in tasca", raggruppati in un'unica messa in scena per il filo che li lega. Formatasi teatralmente con Dario Fo, di cui è stata anche valente collaboratrice esibendo in pubblico dei suoi testi, la Palombi ha da tempo iniziato il suo percorso indipendente con la Compagnia Grosso Gatto di Latina, di cui è autrice, regista e attrice. Un marchio che è rinvenibile certamente nelle tematiche affrontate, rappresentate spesso attraverso il grottesco - il riuscito personaggio della barbona ne è un chiaro esempio - che traggono spunto da temi d'attualità sociale e politica, senza però sfociare in lezioncine da professorone, bensì esplorandole gaiamente attraverso il giocondo girotondo teatrale; attraverso, anche, il coinvolgimento del pubblico, come vuole la tradizione giullaresca che vede nel pubblico non un soggetto osservante passivo, ma una linfa da cui attingere e di cui cercare il coinvolgimento. Con questo non diciamo che il teatro della Palombi ricalca in pieno il teatro di Dario Fo, ma si porta dietro alcune delle sue caratteriste. Un modo che attinge anche, ed inevitabilmente, dalle formule del teatro epico di Brecht. Effetto di straniamento e grottesco, questi gli ingredienti di cui maggiormente si compongono i due atti proposti dalla Palombi. Il primo, Sotto un manto di stelle, ambientato sopra il tetto di un palazzo, vede protagonisti tre improbabili personaggi: un avvocato che vuole uccidersi, una barbona, un parkour. Qui la crisi è solo un pretesto, la centralità è posta al confronto tra i tre personaggi, alle loro identità. Il secondo, La mano in tasca, ha sì la crisi come momento scatenante ed argomento principe, ma diventa il punto da cui partire per rovistare nella borsa alla ricerca di aspetti più concreti attraverso un linguaggio satirico. Due spettacoli dunque, sebbene per il secondo atto la parola spettacolo non rispecchia bene la sua natura, più riconducibile alla forma dello skecth. Nonostante il file rouge che li lega, ci vediamo costretti ad affrontarli in maniera distinta, perché i due atti si presentano in maniera diversa, seppur sotto una comune mano creatrice riconoscibile. Un primo atto che mostra una storia più strutturata, nella quale è possibile individuare un evolversi ed una direzione. E' soprattutto nel personaggio della barbona che più viene riposta l'attenzione, vuoi per il suo carattere coinvolgente, vuoi per il suo lato grottesco e divertente - a nostro vedere personaggio più riuscito - vuoi perché i folli, con la loro fantasia, ci propongono sempre delle soluzioni che soltanto perché abbiamo smesso di vedere il boa che mangia l'elefante bolliamo come folli.   Avvolti come siamo nel pragmatismo, dimentichiamo che spesso la chiave può essere: immaginare, al fine di mutare un accadimento negativo in un possibile, positivo rinnovamento. Qui la Palombi è certamente protagonista e può dare bella mostra degli anni passati col maestro Fo, ma la sua energia crea un certo dislivello: è lei a dettare il ritmo, spesso però non viene seguita e sorretta. Inoltre, la paventata ricerca identitaria dei personaggi ci pare molto vaga, non esplorata, soprattutto nei due ruoli maschili, molto statici (da un praticante del parkour ci si aspetta una diversa vitalità): ciò che sappiamo di loro è ciò che inizialmente ci presentano di se stessi, ma ci pare non compiano una vera e propria evoluzione/esplorazione. Sommariamente La mano in tasca produce un effetto unitario migliore, nonostante la struttura narrativa sia più semplice. Fatto dovuto, probabilmente, alla minore esuberanza del personaggio della Palombi, che porta così ad un livellamento e ad un maggiore equilibrio dei tre. Affiorano temi sociali e politici, spunta Equitalia, ma la lama non affonda del tutto, resta come un piccolo moto ridondante più volte ascoltato e nonostante anche questa seconda situazione non sia meno bizzarra della prima, è meno frizzante. Due lavori i quali comunque confermano l'attenzione riposta dal Teatro Millelire nella scelta programmatica, che hanno come obiettivo quello di rendersi fruibili e capibili da tutti: gag, improvvisazione, fluidità e comicità li rendono globalmente abbastanza godibili seppur con qualche limite. Tale gaiezza non porta tuttavia ad un totale coinvolgimento, non credendo che ciò sia dovuto all'approccio che non è quello tipico del teatro d'illusione, bensì ad un irregolare bilanciamento delle forze in campo e ad una non completamente sviluppata drammaturgia.

Matteo Di Stefano


SOTTO UN MANTO DI STELLE - LA MANO IN TASCA
scritto e diretto da Giselda Palombi
con Giselda Palombi, Alessandro Fiorenza e Christian Mastrillo

9 | 14 ottobre presso

TEATRO MILLELIRE
Via Ruggero di Lauria 22, Roma
Biglietti: €12 - Ridotto: €10 - Ridotto online: €8 (prenota ora)
Ufficio Stampa: Rocchina Ceglia


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