domenica 11 novembre 2012

Alcune parole sulla Divina Commedia di Nekrosius.

Probabilmente ciò che rende un uomo grande, è la sua capacità di essere conteso, di porsi al centro tra chi ama e chi odia, non portando a giudizi univoci. A certi livelli inoltre, si va anche incontro ad una perdita di sincerità sia da parte di chi né esalta il genio, sia di quelli che ne minimizzano l'opera. Eimuntas Nekrosius è uno di quei grandi uomini, considerato uno dei più grandi maestri del teatro contemporaneo, il suo teatro affascina, ma al tempo stesso si presta a invettive e critiche dei delusi. Tuttavia egli si pone sempre al centro, col suo intenso lavoro, con la sua grande opera - che piaccia o meno - regalando al mondo sempre un qualcosa su cui si possa almeno discutere. Sulla Divina Commedia di Nekrosius hanno scritto in tanti, in tanti hanno criticato negativamente la messa in scena e lamentato una perdita di poesia o di brillantezza immaginifica del suo teatro. Tutti gli artisti si muovono su una linea oscillante, che non segue mai una crescita continua, ma procede a sbarlzi, può dunque starci che alcuni lavori perdano rispetto ai precedenti. Tuttavia, assistendo allo spettacolo, alcune critiche che abbiamo letto ci sono forse sembrate non sincere, alla forzata ricerca di un male da trovare a tutti i costi, ingigantite dal malumore delle aspettative deluse. Questo è uno dei punti: le aspettative. Ciò che non si dovrebbe mai fare è nutrire aspettative, perché si finisce per "voler vedere" e non "scoprir vedendo". In questo caso le aspettative erano di due tipi: l'una è direttamente attribuile al percorso teatrale di Nekrosius, il quale ha abituato critici e pubblico ad un certo tipo di teatro e rappresentazioni visionarie; la seconda è che si rappresentava la Divina Commedia di Dante, e tutti si aspettavano di vedere la Divina Commedia quale testo simbolo e capolavoro. Tutti avrebbero desiderato l'esaltazione dell'opera di Dante, la quale grande vanto è per la nostra cultura. Nekrosius va però in una direzione diversa (non tutti se ne avvedono), perché prende sì un testo poetico, ma cerca di estrapolare da esso l'umano, ovvero Dante stesso; e non il Dante osannato dagli studiosi, quale monumento della letteratura, ma un Dante più terreno, il quale mostra un lato tenero e umano, indagine che necessità a nostro avviso di grande sensibilità. In questo il lavoro di Nekrosius è stato da noi apprezzatissimo. Infatti, come tanti, avrebbe potuto esaltare - aulicamente ed enfaticamente come avviene spesso - la poetica della Divina, rendere quel decantato omaggio - più sperato dai dantisti che non ricercato dal regista lituano - alla cultura italiana. Ma non sarebbe stato né il primo né l'ultimo: e non sarebbe stato di certo originale. Invece ciò su cui si è concentrato Nekrosius, è stata proprio la figura di Dante uomo, non più gigante compositore, non più relegato all'ombra dell'opera stessa, ma protagonista in una fase germinale, di speranza, di sogno, di ambizione. Il Dante che ci viene proposto, sembra quasi un adolescente, un ragazzo che ancora non sa di essere Dante il grande poeta, che studia e sogna di avere un posto tra i grandi, che esplora l'inferno per avvicinarsi al mito. Un'intuizione di grande sensibilità artistica, che riesce a mostrarci Dante per la prima volta più vicino a noi e a tutti coloro che hanno sogni di grandezza, non sapendo ancora di esserlo. La Divina Commedia come la si conosce è solo nel titolo, divenendo dunque, per una volta, non racconto di sé stessa, ma pretesto per raccontare l'uomo che la creò in una forma non convenzionale. Chiaramente questo ha fatto sì che Nekrosius scegliesse i canti non in base alla forza poetica, bensì rispetto al suo obiettivo registico. E per far questo si concede qualche deviazione (il bacio di Francesca a Dante), un personaggio in più (ovvero il criticatissimo postino, che però per la lettura data non veniva a noia e soprattutto svolgeva più un funzionale ruolo di riassunto e spiegazione che non di messaggero), un inferno non fiammeggiante ma non privo di angosce. Tuttavia è vero che rispetto ad altri lavori l'euforia visionaria è attenuata - ma non spenta - e forse discontinua, ma lo spettacolo segue una linea crescente e costante di energia che lo rende comunque attraente. Bravi e di notevole presenza i giovani attori, i quali come sempre svolgono un lavoro enorme. Un lavoro che non pensiamo sia da cestinare, credendo piuttosto che sia stata più l'affezione letteraria (o persino un certo patriottismo culturale) che non una sincera visione, a guidare alcune - non tutte - critiche negative.

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