sabato 26 gennaio 2013

Lo Hobbit - un viaggio inaspettato (o quasi).

Il destino bussa ancora una volta alla porta di un gentile e delicato Hobbit che non avrebbe mai immaginato in tutta la sua vita di poter prendere parte a un’ avventura che segnerà il destino dell’intera Terra di Mezzo.

Infatti, dopo ben 11 anni dall’uscita del primo viaggio nel fantastico mondo di Tolkien, il filmmaker neozelandese Peter Jackson ritorna dietro la macchina da presa per regalare agli spettatori la messa in scena cinematografica di “ The Hobbit “, romanzo – prequel, pubblicato nel 1937, dell’osannato “ The Lord of the Rings “ .

Scopriamo che tutto cominciò con Bilbo Baggins, lo zio del più conosciuto Frodo, reclutato dallo stregone Gandalf il Grigio per portare a termine una delicata spedizione in aiuto del popolo dei Nani, spodestati dalla loro roccaforte – la ricca città di Erebor– dal feroce drago Smaug. E saranno proprio questi coraggiosi ometti, capitanati dal valoroso Thorin Scudodiquercia, ad accompagnare e proteggere il giovane Hobbit nelle numerose avventure cui andranno incontro. Il sottobosco dei personaggi Tolkeniani è ricco e già in parte familiare agli occhi dello spettatore: eleganti Elfi dalle lunghe chiome, orribili orchi famelici e parecchio arrabbiati, l’Hobbit “decaduto” Gollum e i suoi indovinelli si alternano a gustose novità visive come gigantesche aquile volanti, grossi Troll un poco stupidi, lupi mannari da ricognizione e giganteschi Titani di pietra che fanno a botte tra loro.

Come tutti i film tratti da un romanzo, anche “ Lo Hobbit: un viaggio inaspettato “ non sfugge al temibile confronto con il testo letterario. C’è di più. In ballo non vi è solo la conformità - più o meno “ esatta “ – con le vicende narrate nel libro , ma anche le aspettative dei fan e il faccia a faccia con la trilogia de “ Il Signore degli Anelli “ che ha consacrato il genere fantasy al successo. Forse sarebbe meglio dimenticare la volontà di un confronto anche perché la pellicola non meraviglia di certo come i film della trilogia, manca il sentimento della novità e dell’inaspettato. Fa comunque piacere riveder scorrere davanti agli occhi quelle panoramiche dall’alto della Nuova Zelanda (il set designato sin dagli albori), le strade sospese come ponti nell’abisso delle città dei Nani e degli Elfi, la perfezione nel dettaglio dei costumi indossati dai personaggi, le sontuose ricostruzioni digitali dell’inferno degli Orchi e delle molteplici creature che si susseguono nel film. Difatti, gli effetti visivi non mancano di stupire e di far sobbalzare il pubblico dalle loro sedie, complice uno studio della ricezione del suono in Dolby Surround molto più sviluppato rispetto ad altri film, che dà l’illusione di esser raggiunti dai suoni in ogni direzione. Sorvoliamo sulla tecnica 3D, quasi eccessiva per un film del genere, che accosta a questa innovazione anche una repentina velocizzazione delle immagini in 48 fps (per evitare di farvi tradurre questi tecnicismi dall’Elfico Antico si può semplicemente dire che fps sta per frame per second e che, quindi, le immagini scorrono davanti ai nostri occhi a una velocità il doppio della media la quale è di 24 frames per second). Ci troviamo davanti a un’innovazione che potrebbe rivoluzionare il modo contemporaneo di far cinema ma che non è esclusa da qualche difettuccio: con un’alta sovraimpressione di immagini la sensazione che ne vien fuori è quella di un marcatissimo iperrealismo, da qualcuno definito anche come effetto soap opera, il quale debilita, di punto in bianco, quella patina di immaginazione visiva che la macchina del cinema ci ha sempre offerto. Quelli che una volta sembravano (o comunque si sarebbe immaginato essere) dei diamanti sull’abito di Galadriel, ora si sa che sono dei semplicissimi lustrini. 

 

Il tono del film è di molto alleggerito dalla presenza dei tredici Nani, ai quali son dedicate le scene più chiassose e goliardiche del film ed essendo i co-protagonisti, assieme allo hobbit Bilbo, ne segnano una traccia indelebile nello svolgersi narrativo della pellicola. Il loro modo saggio ma al contempo sgangherato di prender di petto la vita si contrappone al guscio protettivo del giovane Bilbo che trova nella rotondità della sua casa Hobbit l’unico nido dove poter avere tranquillità perché, si sa, “le avventure ti fanno fare tardi per la cena”. È il saggio Gandalf, eminenza grigia e perenne presenza salvatrice, a far da ago della bilancia tra la sfrontatezza dei Nani e la paura che Bilbo nutre per l’incontrollabilità dell’esistenza. Un Bilbo arricchito dalla simpatia e dalla fragilità di un Martin Freeman, profondamente voluto per questo ruolo dal regista in persona, che ci dona un’interpretazione più consona a uno Hobbit e ci salva dal ricordo del Frodo dagli occhi perennemente sbarrati.

Sin dalle battute iniziali però, “ Lo Hobbit “ non sembra essere un viaggio inaspettato bensì “ aspettato “, “atteso “ o meglio “ che si fa desiderosamente attendere “. Sarà che Jackson avrà voluto tirare l’inizio per le lunghe al fine di coprire tre pellicole – infatti “ Lo Hobbit” sarà diviso in tre lungometraggi – ma l’inizio si dilunga molto sull’arrivo dello stregone a Hobbiville senza nulla togliere o aggiungere alla delineazione dei personaggi o della trama e stenta davvero a decollare, perdendosi nella presentazione – a volte anche strapparisata – dei Nani.

Comunque il film si fregia di un’eleganza visiva non indifferente e anche nella presentazione degli effetti più sbalorditivi non manca di gestirli in maniera sufficiente e mai eccessiva. Per far ciò anche nelle sequenze più movimentate e grandiose dal punto di vista dell’elaborazione digitale, il regista ci offre un mondo di spunti e di particolari, dove far muovere il nostro occhio in maniera critica e osservativa, senza farlo perdere in un offuscato universo di innumerevoli sensazioni e bombardamenti visivi. Quindi “ Lo Hobbit “ difende il suo status di film d’impatto visivo senza far cadere lo spettatore in uno stato di trans passiva, problema in cui spesso e volentieri incappano i film con un alta gradazione di effetti speciali.

Da non sottovalutare:

L’incontro-scontro a suon di indovinelli tra Bilbo e Gollum che mostra il punto di svolta dell’intera epopea Tolkeniana,:il passaggio dell’anello dalle mani Gollum a quelle di Bilbo. Una scena che riesce quasi ad umanizzare la deforme mostruosità e la malefica doppiezza dell’ex Hobbit e lo rende il personaggio più conosciuto e riconosciuto della saga.

La citazione d’un immagine molto nota agli estimatori della trilogia de “ Il Signore degli Anelli”. Al drago Smaug, che non ci viene ancora mai mostrato nella sua interezza, è dedicata l’ultima sequenza del film: immerso totalmente in una montagna di monete d’oro, il drago spalanca l’occhio che ricorda perfettamente le sembianze del più tragicamente noto “Occhio di Sauron”, signore del male.

C.G.

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