martedì 29 ottobre 2013

Della prima volta al Teatro Kopó : il calapranzi e l'opportunità di sbagliare

Il 23 settembre 2013 a Roma, in Via Vestricio Spurinna 47/49 (zona tuscolana), è stato inaugurato un nuovo spazio teatrale, il Teatro Kopó. Lo abbiamo scoperto tardivamente, un mese dopo, mentre si preparava ad aprire le porte al pubblico per il secondo spettacolo della stagione, Il Calapranzi di H.Pinter. Non potevamo che accorrere, perché un nuovo teatro è sempre un evento lieto, fino a quando non scopri che più che un teatro è un nuovo "affittacamere". È la realtà odierna, almeno un nuovo piccolo teatro off ogni anno, l'entusiasmo per qualcosa che sembra essere un piccolo foro di luce sul grande telo scuro che circonda le nostre vite, poi la solita delusione nello scoprire che tutti - ma proprio tutti - possono pagare una sala e offrire un qualcosa di vagamente teatrale. Ma all'inizio l'entusiasmo della nuova scoperta è forte, così ancora una volta siamo partiti con grande slancio, con grandi aspettative, col doppio intento di vedere lo spettacolo e di respirare questo nuovo spazio. Il primo impatto trasmette l'idea di un qualcosa di vivo, fresco, dinamico, moderno nel modo di comunicare e accogliere. Così quel piccolo foro che ha lasciato filtrare un lumicino di luce ha attraversato il nostro sguardo, abbiamo provato a saggiare l'intensità della sua luce sulla nostra pelle, ci è parso caldo, convincente, non illusorio, un piccolo bagliore quasi impercettibile ma deciso. Quel luccichìo è diventato a tratti abbagliante mentre parlavamo con Francesca Epifani, la nemmeno trentenne direttrice artistica: il piccolo Teatro Kopó è la sua più grande scommessa. Ci ha parlato della politica della sua direzione, degli obiettivi, del magma caotico che caratterizza il panorama teatrale odierno, degli "affittacamere", dell'opportunità di sbagliare. Ci trova d'accordo, su molte cose, facciamo sì con la testa e intanto un sorriso ci si stampa dentro, perché quello che tante volte abbiamo pensato e di cui ci andiamo convincendo giorno dopo giorno, qualcuno ha avuto il coraggio di metterlo in pratica. È presto per cantar vittoria, è presto per dire partiamo dal Kopó, ne abbiamo visti molti nascere e non avere la determinazione di portare avanti quello che, forse solo a scopi pubblicitari, millantavano inizialmente. È pur vero però che spesso abbiamo a che fare con direttori se non vecchi quantomeno andanti, già in una parabola discente - l'apertura di un teatro è un tentativo di aggrapparsi all'apice - le cui frenetiche spinte ideali sono soltanto dei meri ricordi di gioventù. In questo caso ci troviamo di fronte all'idealismo giovanile nel suo pieno fervore, anche ad una certa ottusità che sempre contraddistingue gli slanci giovanili. Noi stessi lo siamo e dunque rilanciamo: siate ottusi! Indietreggiare non serve più, forse il fondo è toccato, forse no, se è stato toccato allora si potrà finalmente risalire. Il coraggio di tentare, l'opportunità di sbagliare.

Si fa sala, si entra, ci accomodiamo, il messaggio di sala è delizioso e simpatico, pensiamo al verbo "to play", entrano gli attori. Giovani anche loro, è la loro opportunità di sbagliare. La struttura scenica è semplice: due letti ai lati, finte mattonelle alle pareti, il calapranzi al centro. Forse non del tutto claustrofobica e asfissiante come ti aspetteresti, visto che le mattonelle donano un lieve tocco di vivacità alle pareti e il palco rialzato per chi è in prima fila restituisce un effetto quantomeno di un primo piano, anziché di un seminterrato. Tuttavia la piccola sala contribuisce a comprimere l'atmosfera e, specialmente nei silenzi, si avverte una tremenda vicinanza al clima dell'opera e alla condizione dei due personaggi. A tratti si ha l'impressione che qualcosa debba esplodere da un momento all'altro, la tensione di Ben e Gus riesce a filtrare in sala e si trattiene il fiato. Il primo improvviso blu che dal calapranzi si allarga nel buio è un lacerante segnale d'allarme.
Piero Grant (Ben) e Angelo Sateriale (Gus) ci sono piaciuti, anche se emergono le loro differenti caratteristiche: Piero Grant più a suo agio nei panni pinteriani, Angelo Sateriale rinchiuso forse in un recinto (registico) troppo stretto che ha imbrigliato la sua libertà espressiva. Sebbene le differenze tra i due attori rispecchino quelle dei personaggi, appare evidente che non sempre riescono a toccarsi, incontrarsi, forse anche perché concentrati a percorrere i binari della regia di Alessandro Gorgoni che li costringe a percorsi obbligati e movimenti ripetitivi (seppur di qualità diversa), quasi fossero due automi e non due esseri umani. Un'idea che sacrifica il naturalismo per spingere verso un tentativo di concettualizzare il contenuto dell'opera di Pinter, la quale diviene così più astratta e meno veritiera, probabilmente anche meno penetrante. Dopotutto però non nuoce alla salute come altre cose che vediamo, è una possibilità, un'indagine, una piccola variazione su un testo percorso da tanti e che naturalmente si presta ad essere riletto. Va bene dunque tentare, esplorare, confrontarsi con testi di difficile rappresentazione, perché va bene anche e sopratutto sbagliare, come ci dice saggiamente Francesca Epifani. Potrebbe già diventare il piccolo motto della stagione teatrale appena iniziata, un cambio sostanziale di prospettiva. Oggi che il perfezionismo di plastica ha così invaso le nostre vite, qualcuno ci ricorda che sbagliare è soprattutto un'opportunità da concedere. Ben venga dunque il Teatro Kopó e che sia più di un semplice foro di luce.
A.A.

LINK UTILI


IL CALAPRANZI
di H. Pinter
Regia Alessandro Gorgoni
con Angelo Sateriale e Piero Grant
Ass.Regia Concetta Bruni
Musiche Flavia Ripa
Scenografie Giuseppe Grant, Francesco Pica
Organizzazione Luna Abbondandolo
 

Nessun commento:

Posta un commento