venerdì 4 ottobre 2013

Trincea di signore, Teatro Millelire 1-6 ottobre. Recensione "molto beckettiana"


Spesso capita di uscire da teatro e trovarsi di fronte alla fatidica domanda che ne pensi?; a volte senti che la prima, istintiva risposta che ti viene è molto beckettiano. Un po' come se molto beckettiano basti da sé a racchiudere delle sensazioni, più che a indicare un genere, o come se il molto beckettiano possa sostituire qualunque altra valutazione e diventare, con tutta la sua forza, un aggettivo positivo; o ancora, diventa a volte un modo sbrigativo per nascondere il proprio pensiero. Tuttavia non crediamo che molto beckettiano basti come sintesi. Samuel Beckett è stato una figura influente, influentissima, nel panorama teatrale e letterario, tanto che ancora oggi i suoi testi sono molto rappresentati e moltissime sono invece le pièce molto beckettiane che prendono spunto dalle sue tematiche. Trincea di Signore è uno di questi testi del filone post-beckett, qualcuno lo ha persino identificato - esagerando - come un Aspettando Godot al femminile.


Dinamica simile, non uno scenario post-atomico, ma una situazione pre-apocalittica. Due signore di una certa età, forse due casalinghe, abbarbicate alla loro trincea domestica ricca di oggetti riconoscibili, un'alluvione e il livello dell'acqua che lentamente sale. Scenario solo apparentemente surreale, visti anche i peggioramenti climatici degli ultimi decenni che lo rendono verosimile. Tuttavia si percepisce lo stesso senso di vuoto, d'attesa, stessa immobilità, sebbene questa sia qui dettata da forze superiori che vanno al di là della volontà d'azione dei due personaggi. Ma mentre Vladimiro ed Estragone non possedevano niente, Ortensia e Gervasia possono ingannare il tempo e l'attesa aiutandosi con oggetti e gadget moderni: la radio, le riviste, i cruciverba, una fiction di cui parlare, un telefono senza linea che rappresenta un'ipotetica via di fuga verso l'esterno. Insomma, non tutto qui sembra perduto, la radio trasmette notiziari e notizie dall'esterno - o è forse la mente di Gervasia a immaginarli? - sembra solo una terribile sciagura climatica, fuori il mondo sembra continuare a scorrere con i fatti di cronaca e le notizie dal mondo politico. L'attesa diviene quasi giusticata, attendere la fine dell'alluvione per tornare alle proprie esistenze - di cui poco si sa in realtà - perché fuori c'è un mondo che continua a girare coi suoi ingranaggi sbilenchi e tragici. E d'improvviso vedi emergere le differenze rispetto all'opera di Beckett, il senso di vuoto è meno opprimente, quasi confortevole, non dai caratteri universali che contraddistinguono Vladimiro ed Estragone, ma da una visione più personale e circoscritta a quelle due esistenze prese a campione: Ortensia e Gervasia. Quasi non ci riguardasse nemmeno, quasi non foss'altro che un fine settimana uggioso, che altro fai se non aspettare che spiova leggendo un libro, ascoltando radio, guardando tv o chiacchierando di niente. C'è poca possibilità di scappare e qualora l'acqua salisse tanto da metterci in pericolo, l'istinto di conservazione suggerisce di salire sul tetto o come Ortensia e Gervasia fuggire col canotto, rievocando una delle immagini più suggestive dell'intero spettacolo. 


Le due attrici - Lydia Biondi e Mirella Mazzeranghi - sono davvero brave, complici, spontanee, non eccessive, esatta estrazione della contrapposizione dei loro personaggi: una colta, l'altra frivola; in dialogo senza mai dialogare davvero, confrontandosi senza mai confrontarsi, unite nella trincea, l'una ancorata all'altra ma forse nemmeno indispensabilmente, perché ognuna ha e conserva il proprio mondo con cui distrarsi che l'altra non comprende. La regia, curata dalla stessa Lydia Biondi, è indispensabile e molto essenziale, mette a fuoco i punti centrali senza sbiadirli. Dunque nel complesso l'opera, nella sua composizione finale che è lo spettacolo, è un buon lavoro, sebbene il testo, seppur richiamando alla mente l'amato Beckett, ci appare evanescente, riallaccia la nostra memoria al tema beckettiano, ma quasi gli sfugge, il molto diventa all'incirca, non accade niente - come in Godot - ma non si arriva a quel senso di paralisi del pubblico che resta in attesa carico di tensione. E nulla si aggiunge, quel senso di vuoto e di profonda immobilità sono ancora fermi lì, all'inarrivabile mondo di Beckett, sebbene continui a influenzare le nostre vite così vagamente beckettiane. E se tanto forte è il bisogno che ci spinge ancora a ricercare artisticamente Beckett, vuol dire che Aspettando Godot non ha chiuso del tutto il cerchio, ma qualcosa di inespresso e ineplorato permane: arriverà, o forse anche noi, inutilmente, stiamo aspettando Godot?

A.A.



TRINCEA DI SIGNORE
di Silvia Calamai
regia Lydia Biondi
con Lydia Biondi e Mirella Mazzeranghi

dall'1 al 6 ottobre presso

TEATRO MILLELIRE
Via Ruggero de Lauria, 22 - Roma
Biglietti: Intero €12 - Ridotto €6.50-€8 (prenota)


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