lunedì 25 novembre 2013

Bambini avariati nella buca di sabbia. Recensione Buca di Sabbia, Teatro dei Conciatori





Alla fine abbiamo messo le due mani sulla pancia come a tamponare una ferita, una voragine, da cui zampillavano fuori tante immagini, tantissime sensazioni; c'era da chiudere gli occhi e tenere strette le due mani su quel piccolo canale, ma la nostra morbosità ce lo ha impedito: apriamo prima un occhio, poi l'altro, così ci siamo messi a sbirciare quello che è fuoriuscito, abbiamo osservato da vicino le nostra membra scomposte mescolarsi alla tanta vita che era dimentica. In un attimo ci accorgiamo che qualunque terapia non può riuscire a fare una fotografia di te stesso meglio di quanto non faccia poco più di un'ora in un teatro, o per essere più precisi, meglio di quanto abbia fatto Buca di Sabbia di Micha Walczak, andato in scena al Teatro dei Conciatori. Come se il nostro guscio fosse anch'esso di sabbia, il quale facilmente è stato scavato dalle mani di Tony Allotta e Sabrina Dodaro, per estrarne tutto ciò che restava sepolto. Non riusciamo proprio a restare indifferenti. Quando inizia uno spettacolo assumiamo un'aria seria, posiamo un taccuino sulle ginocchia tenendo una penna in mano pronta ad annotare, scrivere, sezionare come un bisturi il corpo della struttura rappresentativa. Bianco, un foglio completamente bianco. Alla fine l'abbandono prevale sugli istinti analitici: sono gli spettacoli migliori, quelli che non ti danno modo di riflettere e pensare a ciò che stai vedendo, ma semplicemente ne diventi parte. Una nuova presa di coscienza: più il taccuino contiene appunti, più lo spettacolo è discutibile. 
Bianco è il colore che non t'aspetti su un foglio d'appunti, profuma di sorpresa. È il colore dell'inaspettata analisi di un rapporto uomo-donna, una strada ampiamente battuta e da tempo divenuta insipida, che riesce nuovamente a stuzzicare l'appetito con nuovi allettanti sapori. Due adulti bambini, o due bambini che giocano a fare gli adulti? È il dubbio che muove l'attenzione, è la non completa identificazione di quella strana immagine di un uomo in boxer e giacca, con barba e capelli brizzolati, tanto ottusamente fedele alla sua ossessione per Batman; è l'innocenza di una bambola di pezza che si scontra col fascino maturo delle calze autoreggenti. Sembra un gioco ridicolo, ma l'intera vita è scritta secondo quel copione; che siano le nostre ossessioni da bambini o da adulti, è sempre una lotta tra la solitudine e la condivisione, tra l'incapacità e voglia (nascosta) di accogliere/respingere l'altro nella/dalla propria buca di sabbia e la tardiva presa di coscienza del bisogno dell'altro. Perché c'è una differenza enorme tra la solitudine per esclusione dell'altro e la solitudine per mancanza dell'altro. Qualcosa manca, ed è tangibile in questo metaforico allestimento, quando non c'è null'altro tra le mani che una bambola fattasi inanimata e senza consistenza. Il gioco dei recinti ha prodotto un campo aperto dove non c'è più possibilità che qualcuno entri. Non c'è più alcuna linea, l'ossessione del gioco si è tramutata nell'ossessione per l'altro, ma l'altro non c'è più. 


 Davvero un testo interessante, due ottimi interpreti, efficace la traduzione registica di Gabriele Linari, il quale scegliendo la via del minimalismo è riuscito a dar consistenza al simbolismo astratto dell'autore: scatola nera, pochi oggetti, zero orpelli, l'importanza fondamentale degli attori in questo disegno, il morbido disegno luci e le voci soffuse dei bambini che producono un'atmosfera tenue e raffinata. Tanto è valso che è caduta la penna, sulla sinistra sotto le panche della prima fila; non abbiamo tentato nemmeno di raccoglierla, né abbiamo presa l'altra nella borsa. Siamo rimasti così, impassibili, vulnerabili, aperti, con il ventre scoperto e quel buco di sabbia che lentamente si allargava dentro di noi. Perché non servono proprio gli appunti, basta aprirsi alla condivisione e non ostinarsi a delimitare il perimetro delle nostre infantili ossessioni, della nostra buca di sabbia. 
A.A.

PS. Le ultime parole le spendiamo per il Teatro dei Conciatori, teatro che "vanta" soltanto un paio di stagioni ma dove - non si sa bene perché - ancora non eravamo andati. Un piccolo teatro sì, ma non il solito "buco", o "cantina/teatro", o "quattro pareti con delle sedie da una parte", ma un ottimo spazio che offre quantomeno una "concreta possibilità rappresentativa" e ci pare di capire con un'attenzione particolare alla qualità di ciò che si offre. Da tenere in forte considerazione: sia come addetti ai lavori, sia come pubblico.


LINK UTILI:
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BUCA DI SABBIA di Micha Walczak
regia Gabriele Linari
con Tony Allotta e Sabrina Dodaro

visto al 

TEATRO DEI CONCIATORI
via dei conciatori 5, 00154 - Roma
info stagione e costi


 

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