martedì 12 novembre 2013

La lezione di Ionesco al T.Millelire: delirio a tre per interpreti virtuosi. Recensione




La lezione di Ionesco andata in scena al Teatro Millelire ci lascia spiazzati. Diventa davvero difficile poter spendere delle parole che possano essere di qualche utilità al lettore. Del resto il cosidetto Teatro dell'assurdo produce spesso questo effetto di disorientamento, mescolando la banalità della situazione alla ricchezza di significati spesso ostici da ricercate, ricchi di sfumature e critica sociale. Quando inoltre la rappresentazione ricalca quasi fedelmente la natura dell'opera, alla quale si aggiunge la bravura degli interpreti, qualsiasi parola rischia di creare incompresione e disorientare ancora di più. Sarebbe certamente fare un torto agli attori e al regista produrre una recensione che non ricalchi puntualmente ciò a cui si è assistito. Bisognerebbe fare innanzitutto un discorso molto lungo sul significato dell'opera - il che sarebbe fuori luogo e ridondante, vista la vasta letteratura critica sul teatro di Ionesco - ai molteplici significati e punti focali, al brutale rapporto che c'è tra insegnamento e apprendimento, alla distanza tra insegnante e allievo, al metaforico condurlo al rapporto carnefice/vittima. E c'è inoltre la parola, la parola che in Ionesco si spoglia di ogni significato, all'attrito emergenete tra mondo e linguaggio che conduce alla progressiva perdità di ogni conformismo comunicativo. Suono, ciò che resta; e ancora c'è la critica a una certa cultura, la denuncia politica del nazismo e tanto altro. Tutti argomenti i quali speriamo vogliate approfondire in altre sedi. Un testo caratterizzato da una struttura farsesca, spinta talvolta al grottesco, non priva tuttavia di ricadute tragiche, improvvise e inaspettate, con un colpo impensato e magico quando nessuno proprio se lo aspetta. Nonostante il dissacrante ingegno della sua costruzione, è un testo che ci appare molto legato al suo tempo, la morbosità dell'atto dell'insegnamento oggi ci appare persino capovolto, gli insegnanti che un tempo esercitavo il proprio potere attraverso la cultura sono diventati poveri cristi di fronte ad allievi sempre più sfrontati. Il rapporto carnefice/vittima esiste ancora, ma i ruoli si stanno lentamente invertendo. Come del resto il richiamo alla tremenda tragedia storica che rappresentò il nazismo, questa non ha più i caratteri forti della denuncia come poteva esserlo nel 1951. La lezione è figlia del suo tempo - sebbene ancora ampiamente rappresentata - il pubblico forse nemmeno riesce a coglierla pienamente. Chi lo fa, ne gode i frutti saporiti. 




Lo spettacolo diretto da Claudio Monzio Compagnoni e Mimmo Strati s'illumina soprattutto dell'ottima performance di Claudio Scaramuzzino, protagonista assoluto grazie ad un'interpretazione davvero virtuosa, lasciandosi andare a quello che si potrebbe quasi un esercizio di stile. La sua voce è una giostra che si muove a differenti altezze, si impenna, precipita, raggiunge velocità vorticose senza perdere la sua chiarezza, rallenta ancora morendo quasi in una stasi ritmica, poi riesplode. Segue la parabola del professore indicata dall'autore, forse ne accentua e anticipa la sclerosi psicologica, corre persino più veloce dell'autore stesso, ma ogni tentativo di individuare una forma dalla quale egli possa essersi avvicinato o allontanato sono inutili: qualunque cosa abbia fatto, che sia troppo o troppo poco, è stato fatto con qualità. Virtuosismi così non sono da tutti, la sua estasti si moltiplica col passare dei minuti, alla verve articolatoria e fonetica si aggiunge forse anche un certo grado di immedesimazione - questo forse non allineato con Ionesco, il quale era distante da un certo teatro che privilegia la mimesi realistica - spingendo dentro le pance di ogni spettatore, ormai completamente disorientato, quel pugnale che profuma di dramma vero. Un dramma comico, così Ionesco amava definire la sua opera. Forse non siamo nemmeno veramente preparati ad affrontare in veste critica questa messa in scena, così poche sono state le occasioni di assistere concretamente a La lezione - e non certo possiamo dire di aver goduto di eccellenti rappresentazioni; certi testi sono spesso i preferiti da taluni macellai amatoriali - che come unico materiale di utile confronto non possiamo che riportare le parole dello stesso Ionesco: 

Il teatro è puro gioco di parole, di scene, di immagini. Materializzazione di simboli. Liberare la tensione drammatica senza l’aiuto di nessun intrigo. Perché anche nell’assenza di un vero e proprio intreccio si può manifestare qualcosa di mostruoso, in quanto il teatro è essenzialmente rivelazione di cose mostruose... che portiamo in noi.

E ancora:

Il fine de La Lezione è quelli spingere il burlesco fino al limite estremo. Poi un leggero tocco, un movimento impercettibile, e ci si ritrova in pieno tragico. E’ un gioco di prestigio. Il passaggio dal burlesco al tragico deve avvenire senza che il pubblico se ne accorga.

Alla luce di ciò possiamo dire di aver assistito a qualcosa che ha tradotto scenicamente l'eredità del pensiero dell'autore, riportandola in maniera pressoché fedele sulla scena. Mostruoso, burlesco, tragico e con un Claudio Scaramuzzino (senza nulla voler togliere a Flavia Faloppa e Rosa Brancatella) ottimo direttore d'orchestra di un pazzesco gioco di parole senza intreccio.  
A.A.


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LA LEZIONE di E. Ionesco
regia di Claudio Monzio Compagnoni e Mimmo Strati
con Rosa Brancatella, Flavia Faloppa e Claudio Scaramuzzino

visto al

TEATRO MILLELIRE
Via Ruggero de Lauria 22 - Roma

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