venerdì 18 aprile 2014

Fight Club al Teatro Trastevere | Recensione

La regola vuole che non se ne parli. E questo basterebbe a molti per capire qual è l'argomento di cui parliamo. Ma l'argomento è troppo interessante perché rimanga nell'ombra e perciò dobbiamo parlarne. Perché Fight Club è una storia troppo forte perché si taccia. Un segreto difficile da tenere per gli stessi membri del Fight Club, il quale vedeva di sera in sera aumentare il numero di partecipanti. In questa sede non parleremo né del film, né tantomento dell'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk che ha ispirato la pellicola diretta da David Fincher (sebbene molti conoscano il film e non il libro), bensì della versione teatrale andata in scena al Teatro Trastevere. Si tratta presumibilmente del primo esperimento italiano di una trasposizione teatrale. Altre versione di cui siamo a conoscenza sono state rappresentate in America e in Germania. A parte questo coraggioso tentativo della compagnia "Cattive compagnie" non abbiamo notizia di altri tentativi. Un approccio difficile quello al capolavoro di Palahniuk, perché forte è l'influenza che viene dal film, anche perché chi conosce entrambi capirà perfettamente il lavoro enorme che è stato fatto da Fincher per dare una linearità e un'organicità alla storia cinematografica, pur restando fedele all'atmosfera e il messaggio contenuti nel libro. Il libro è sostanzialmente irregolare ed anarchico nella sua narrativa, partire da esso è un lavoro enorme e da specialisti, perché è difficile avere una fotografia unitaria della storia. Lo spettacolo a cui abbiamo assistito prende spunto sostanzialmente dal film, sebbene troviamo spunti presenti nel libro, ma i quali non hanno trovato vita nel film. Questo è sicuramente positivo, perché riteniamo che debba essere il libro la matrice primaria da cui attingere. Il film dovrebbe essere magari un esempio per aiutarsi a trascrivere in una forma unitaria l'opera teatrale di Fight Club, anche perché cinema e teatro hanno linguaggi diversi e ad alcune scene crediamo possano avere ragione di esistere esclusivamente al cinema. Sette attori, di cui tre nei ruoli principali di Tyler, "Jack" o "Lui" e Marla, gli altri quattro usati come jolly per interpretare vari personaggi. La struttura resta sostanzialmente quella del film, così come la quasi totalità delle scene che tentano di farci tornare alla memoria le scene più emozionanti del Fight Club di Edward Norton e Brad Pitt.

Purtroppo il risultato non è entusiasmante, prima di tutto perché ci sembra che l'influenza sia stata fin troppo determinante nella costruizione dello spettacolo, a partire anche dalla scelta dei personaggi e degli attori, con cui si è cercato innanzitutto una verosimiglianza estetica o fisica ai due protagonisti del film. Si è cercato di interpretare Tyler Durden o Brad Pitt? Il Tyler di Brad Pitt è già esso una lettura, un'ipotesi, come si può fare un'ipotesi di un'ipotesi? E la stessa ricerca di abiti - la giacca di pelle rossa di Tyler - che richiamano il film è l'ennesima conferma di quanto quest'ultimo abbia determinato la rappresentazione. Troppo facile e riduttivo ricalcare. Tyler (Sebastiano Gavasso) è caricaturale, non convince, non affascina, ci ricorda piuttosto un esaltato di provincia più che un rivoluzionario anarchico che dovrebbe affascinare col suo pensiero libero e sregolato, ammaliare col suo carisma. Non pervenuto, lontano anni luce dal vero Tyler Durden che tutti ammirano. Più convincenti sono sembrati invece i due altri attori nei personaggi di "Lui" (Diego Migeni) e Marla Singer (Cecilia Cinardi), che hanno donato una concretezza e una verità propria ai loro personaggi. Per il resto, lo spettacolo ci appare molto distante dall'opera stessa di Palahniuk, non si percepisce il clima oscuro e decadente, il nichilismo, i messaggi che sarebbero dovuti passare non sono passati perché buttati via con troppa enfasi. Anzi, spesso lo spettacolo tende addirittura verso la commedia brillante per alcune gag che si è scelto di inserire, fin troppo caricate. Si è messo dentro troppo e troppo si è cercato di far vedere, mentre poco si è tentato di trasmettere o interpretare o rileggere: pensiamo ad esempio alla scenografia che, sebbene funzionale e intercambiabile, crediamo fosse per certi versi ininfluente; altre volte invece persino imbarazzante, come ad esempio nella scena dell'incidente dove viene fatto apparire il muso di un auto che ricordava un po' la macchina di Topolino. Quest'ultima scena è proprio quella a cui pensiamo quando diciamo che si è ricalcato il film: ricalcare è l'unica soluzione che si è trovata, possibile? Per concludere infine col chiudere un'occhio - il minore dei mali alla fin fine - sugli errori tecnici nei combattimenti. Tanti se, tanti ma, una scelta coraggiosa e innovativa, forse anche un'opportunità sciupata perché si è percorso un sentiero già battuto e troppo facilmente ricalcabile: quello del successo cinematografico di Fincher.

Matteo Di Stefano

FIGHT CLUB - LA PRIMA REGOLA
ispirato al romanzo di Chuck Palahniuk

regia Leonardo Buttaroni 
con Diego Migeni, Cecilia Cinardi, Alessandro Di Somma, Marco Zordan, Yaser Mohamed, Matteo Fasanella, Leonardo Buttaroni 
scenografia Paolo Carbone 
musiche originali Filarco 

visto al 

TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de' Settesoli 3 - Roma
mail info@teatrotrastevere.it


 

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