giovedì 21 maggio 2015

E se l'incubo vero fosse svegliarsi? | La collezione - Recensione

Entrare al Teatro InScatola è già di per sé un passo che mette inquietudine: una sala sviluppata in lunghezza, il nero dominante, vie di fuga che sembrano scomparire e pareti strette che danno l'impressione di potersi muovere schiacciando chi vi è dentro. Appunto, una scatola, e noi tanti piccoli topi da laboratorio pronti ad essere sottoposti all'esperimento che degli artisti-scienziati si preparano a mostrarci misurando le nostre reazioni allo studio effettuato. Un qualcosa di spaventoso, come le tre sagome impercettibili immobili sul fondo del palco. E poi il buio, il buio che si protrae finché quelle figure si staccano dall'oscurità creando luce. È iniziato l'incubo di Vera, è iniziata "La collezione", l'accattivante spettacolo diretto da Davide Sacco, nato da un'idea di Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan, prima come corto, sviluppato poi integralmente assieme a Ilaria Ceci. Lo studio che il collettivo ci presenta è un concentrato di sperimentazioni, ricerche stilistiche, sceniche e corporee, di nevrosi fisiche, di ripetizioni mute e assordanti.

Vera è una bambola, Vera è una prostituta, Vera è figlia e amante, Vera è bambina e adulta, emotivamente infantile ma sessualmente matura; Vera è una donna, ma anche tutte le donne. Porta l'amore: ciò cui assistiamo è l'incubo della notte precedente a un aborto. Un lungo viaggio in un'ambientazione di luci fredde, di zone d'ombra, di verità e fantasie confuse nelle speranze, nelle lotte psicologiche, nelle frizioni violente con una figura femminile che domina, oscura, le ombre e le luci di Vera, la quale è al tempo stesso torturatrice, madre e qualsiasi altra forma l'incoscio decida di plasmare. Attorno a loro, una figura di uomo ruota come un satellite, narrando una fiaba, il mito di Amore e Psiche. Il tono di voce è rauco, tenebroso, d'una lenta tensione minacciosa, ambiguo calore di "padre" e "protettore". Viene voglia di scappare dalla sala urlando come in certi incubi, ma non ricordiamo quando ci siamo addormentati e perché viviamo ora l'incubo di Vera. I peggiori sogni sono quelli da cui non riesci a svegliarti - o fai da sveglio? - e fino in fondo siamo costretti a calarci nelle viscere dello spettacolo per coglierne paure, berne le ferite facendo i conti con un'amara verità: l'unica che giudichiamo è proprio Vera - a suo modo pura - la sola su cui versare il disprezzo di una vita che avrebbe potuto "anche portare cose belle". Come "la tratta delle bianche", la vera prostituzione, la colpa sociale cade sempre su chi vende e mai su chi le obbliga a vendere.

Il lavoro è davvero molto articolato, tante sono le chiavi interpretative, tante le porte che si possono aprire, come tante sono le combinazioni di Vera che si possono formare dai cubi luminosi raffiguranti ognuno una lettera del suo nome, ognuno contenente un sogno buono e uno cattivo. Certamente impressiona e strugge, ma di non facile lettura per un pubblico profano. Tanti aspetti possono ancora maturare, alcune parti di testo forse snellire e pulire di certi "fronzoli" descrittivi tesi a spiegare cose già apprese dall'azione o manifestate dall'emozione e, forse, qualche emozione è stata spinta frettolosamente verso "un crescendo" ma avrebbe potuto invece portare a espressioni più intriganti: ma sono briciole in confronto alla forza del lavoro visto nella sua interezza. La scenografia, fiore all'occhiello, un cardine imprescindibile: la scelta di non avere rinforzi luminosi e lasciare come unici punti luce quattro cubi e quattro pali a neon ha conferito alla scena la giusta atmosfera e mobilità. I fuochi d'attenzione non si concentrano in un punto, ma si moltiplicano lasciando ogni spettatore libero di fare un percorso personale talvolta trascinandosi spesso verso un'attenzione ipnotica su particolari aspetti. E tutto il resto? Svanito, dimenticato. Come i sogni, materia imprevedibile, informe, a volte lacerante. E noi vorremmo svegliarci; oppure no. Ammesso che stiamo davvero dormendo.

Matteo Di Stefano

LA COLLEZIONE 
da un’idea di Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan
scritto da Ilaria Ceci
regia di Davide Sacco
con Matteo Canesin, Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan
scenografia Gaetano Verde 
costumi Valeria Leonenko

visto al

TEATRO IN SCATOLA
Lungotevere degli Artigiani, 12/14
Info e prenotazioni: 3482208607 - focus2_2014@libero.it

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