martedì 16 giugno 2015

La sottilissima arte di innamorarsi

Soprattutto a colei che vibra
e fa vibrare

Non so quando precisamente decisi di attraversare la vita con un unico ideale: vivere un perenne stato di sogno. Provare lo sforzo sovrumano di mutare un sogno in realtà tangibile è un orribile suicidio. Lo impari facendone le spese, mai e poi mai la vita potrebbe eguagliare il tuo sforzo creativo nel creare situazioni incantevoli. Il mio cuore è cartaccia, è spazzatura riciclata, è un fiore di carta ritagliato con cura e caduto in una pozza di fango: dissolto. Dell'ignoto ora son vorace. Imparo ad amare, non come uomo, ma come poeta. Amo le immagini che la realtà alla mente ispira, amo l'intangibile mio pensiero che orna di ghirlande il paesaggio visto dai miei occhi. I colori in me risuonano come arpe. Amo finché il tocco del reale non sgretola i muri altissimi delle illusioni. Amo senza parlare, senza addentrarmi in forme, senza sfiorare. E delle tante muse io m'innamoro, ed esse son mie fintanto che io le adoro. Esse non sanno, né sapranno. M'innamoro, d'ogni fanciulla che ha gli occhi in un libro, che ha un vento fantastico che scorre sotto le sue ciglia. Il loro sguardo di fiaba mi rimanda in altri tempi che vissi e che dimenticai. Secoli fa, mai più li vidi. Non vivono: esistono in quel fugace scorcio di esistenza che ci ha portato ad incrociarci. E m'innamoro d'ogni folta chioma, d'ogni viso che io non sia costretto a guardare nelle sue storture, nelle sue bruttezze: sono io il pittore dei loro tratti e assai più angelica è la mente mia che la natura. Camminate dunque, due, cinque, dieci mentri innanzi al mio cuore e i vostri volti avranno i tratti delle Dee. E di ciò che è fuori moda io amo il frugale sentirsi fuori da ogni tempo, passato indefinito, perché solo fuori dalla linea del presente potremo amarci indefinitivamente: in qualsiasi luogo noi sapremo danzeremo. Di colei che è ancora pura di cuore io m'immamoro, perché suo è il rossore che accende le guance e non conosce del mondo la corruzione; dove lei lascia cadere il passo sorgono margherite e tupilani. E di coloro che san pizzicare le corde dell'anima con un canto, un violino, una chitarra, un basso, di coloro che han sogni in musica e la realtà è di semplice orpello. Di costoro e tant'altre che evocano sogni privi di realtà. Perché il sogno ha un ritmo incalzante e la realtà tempi morti; il sogno ha una drammaturgia originale e la realtà si trascina in forme trite; perché il sogno ha sempre una colonna sonora e la realtà rumore; perché il sogno è in ogni luogo, perché il sogno è potenzialmente infinito e parla il linguaggio indefinito delle emozioni. Non v'è linguaggio alcuno e azzerate sono le incomprensioni. Io sogno. 

E infine, c'è colei la quale al sogno da consistenza, lo incarna, lo dipinge su una tela composta dalle singole cellule del corpo: ella è attrice e le più soavi fantasie possono cogliermi di fronte ad un corpo che sa sbocciare nuovo, trasformarsi, percorrer vite, materializzare la poesia, la massa e l'aria, veicolo delle più fulgide emozioni; tu, Sole del mio sistema incentrato sui sogni, il mio pianeta desertico ha bisogno di abbeverarsi alla tua fonte di luce. Di fronte a te è massimo il mio ardore, "che non finisca con la commedia!" mi ripeto, "che non finisca con la commedia!". Ma tu sei già lontana evanescenza poetica, già te stessa nei camerini e resti viva nei miei occhi solo spettatori, indelebile miraggio in attesa di una nuova replica. E se tu tendessi la mano al di là della quarta parete, la mia, cavalleresca, con un guanto t'accarezzerebbe e con le labbra un bacio appena accennerei senza violarti. Nessuno vuol questo sogno e va allora, sii vita terrena, finita, mentr'io inventerò per noi la nostra eternità. Tu ignara mi ricambierai con un saluto, ma sei un semplice tutto e non lo sai. T'amero da una platea. Se amerai, amerò. Se riderai, riderò. Se morrai metterò il lutto. T'amerò. Da una platea. Io son semplice carta, stracciami.

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