mercoledì 14 luglio 2010

La notte dei poeti



Doveva essere un accompagnamento alla protesta dei docenti; il viale era disseminato di candele, le fiammelle crepitavano liberando lievi onde di luce. Le tv, i giornali, cronisti, presidi, rettori. Via vai di studenti che sotto le stelle andavano a sostenere gli esami. La protesta, pacifica. L'era del buio che si prospetta all'orizzonte. Su un marciapiede un microfono, delle casse appoggiate sull'erba. La notte rendeva l'atmosfera magica e i fogli si spiegazzavano al minimo spirar del vento. Doveva essere un evento marginale, come una veglia agli esami che si stavano consumando nelle aule straordinariamente aperte di notte. La Minerva, che tanto incute terrore col suo occhio, si fece languida e divenne regina della notte. S'iniziò timidamente a leggere. Uno ad uno, tanti giovani si alternavano al microfono, leggendo antichi versi o nuovi; tutt'intorno s'andava radunando gente e l'imbarazzo si sciolse. Non importava essere grandi interpreti. Chi con dei fogli, chi con dei libri andava al microfono e recitava la sua poesia alla folla. E nei suoi occhi, il fuoco, nonostante spesso la lettura non fosse impeccabile, il fuoco balenava dagli occhi. Un fuoco che deve essersi acceso una notte di solitudine, o in un giorno particolare, negli occhi che si sono trovati per la prima volta a contatto con quei versi. Trafitti, umiliati, emozionati. Hanno portato e porteranno per tutta la vita il fuoco di quei versi negli occhi. Così, seppur con voci tremanti, o basse, o ridondanti, perfette o imperfette, hanno narrato la meraviglia di quella notte in cui in loro si accese il fuoco negli occhi. Emozionante, stare a guardare, ascoltare, quelle parole librare nell'aria e riempire l'atmosfera. E la retorica di burocrati e politicanti che si smorza al cospetto della Poesia. Chi, chi si ricorda perché siamo qui? Protesta? Quale protesta? La poesia brilla di propria luce e non c'è spazio per ricordare dove viviamo, dove finiremo, sotto quale luna sputeremo il nostro sangue agli Dei. L'obiettivo primario è diventato la Poesia. Leggere, accendersi ed accendere. Parole vaganti di uomini che sono stati in terra ed ora sono nell'aria, un suono che vibra. Non c'è più spazio per ricordare il motivo del raduno. Vecchi, giovani, dotti o stolti, tutti volevano recitare una poesia, tutti almeno una volta hanno respirato con ansia sulle pagine scritte. Tutti hanno versato almeno una lacrima nella vita, sentito fremere il cuore. Si va avanti, per un paio d'ore soltanto ma è quel che basta: i cuori sono colmi, le anime elevate, chissà se per rimanere in aria o riadagiarsi presto al suolo. Non importa! Sembra quasi di essere noi, protagonisti di un film, eroi dell'Attimo Fuggente, membri momentanei della setta dei poeti estinti. Non ci sono armi che tengano, non c'è retorica, non c'è voce che possa urlare così forte da far vacillare le fondamenta di un palazzo, non c'è rabbia, non c'è nessuna forza che possa far vibrare il mondo come può un astuto schiocco sonoro della lingua umana. Finiremo per strada forse, ma è nelle strade che porteremo il fuoco, è lì che continueremo a sopravvivere. Perché non servono edifici ufficiali riconosciuti da uno Stato per raggiungere l'infinito: la poesia salverà il mondo.

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