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sabato 11 settembre 2010

Notte

Groviglio di me
di nessuno
Assenza.

Palpitante luna
lungo i margini
e un'anima sola
su riflessi di stelle
traballante.

Matteo Di Stefano
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martedì 7 settembre 2010

Odori

Ogni angolo nasconde un respiro
in qualche fessura.


L'alto letto
il divano
lo scrittoio

Non ci sono
zone franche.

Dai laghi
alle città
rimembranze

Non ci resta
che il mondo.

Matteo Di Stefano
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martedì 24 agosto 2010

Il mio amante - Wendy Cope


Wendy Cope è una poetessa inglese nata a Erith (Kent) nel 1945. Poco conosciuta in Italia, è una delle voci più importanti della poesia contemporanea inglese. Le sue raccolte, pubblicate per la casa editrice Faber, sono divenute dei bestseller raggiungendo le cinquecentomila copie: un'enormità per dei libri di poesia! Nonostante il vasto consenso in patria, consenso costituito non solo dal pubblico specialistico, quest'autrice è poco conosciuta in Italia. Una sua scelta antologica di 16 poesie è uscita sul numero 104 (Marzo 1997) di Poesia, a cura di M.Paola Bartocci “Wendy Cope: l’ironia della Musa."

Girando ho trovato questa poesia per caso e mi ha destato molta curiosità. Non rientra nei soliti canoni estetici. Non è astrusa e contorta; non cerca immagini impossibili. È realistica, come realistico si rivela il suo amore per quell'uomo. Quanto ci è difficile a volte poter trasmettere agli altri quanto di bello c'è in colui o colei che amiasmo. Quanti poeti hanno avuto muse alle quali hanno dedicato poesie. Spesso di quelle Muse non ci resta che l'emozione veicolata dalla poesia, al punto che ti chiedi: chissà come dovesse essere costei? Il poeta ci mostra un'immagine divina; sappiamo ciò che essa suscita, le immagini che evoca, ma non sappiamo le sue armi. Armi che spesso si rivelano semplici; armi che se rivelate potrebbero portare il lettore alla conclusione che non era poi così speciale. Invece qui troviamo una fotografia, talvolta ironica, di aspetti altresì bizzarri di questo amante. Una sfilza di perché che si traduce in una versificazione terrena, perché terreno è il frutto dell'amore e perché, in fondo, ognuno ha il suo perché per amare: un perché a volte inusuale e che lascia perplessi.
Buona lettura.


Wendy Cope

Il mio amante

E ora parlerò del mio amante, che rimarrà senza nome.
Perché a 49 anni sa fare il rumore di cinque diversi tipi
di camion che cambiano le marce in salita.
Perché a volte lo fa sulle scale del posto dove lavora.
Perché poi si vergogna quando gli altri lo sentono.
Perché sa anche imitare almeno tre tipi diversi di treni.
Perché questi includono: la metropolitana di Londra,
il treno a vapore e il trenino elettrico
delle Ferrovie Meridionali.
Perché tifa per il Tottenham Hotspur con gioiosa
e immutabile devozione.
Perché odia l’Arsenal, i cui tifosi sono rozzi e incivili.
Perché spiega che gli Spurs sono magici, mentre l’Arsenal
è noioso e sta sempre in difesa.
Perché io non ne sapevo niente fino a sei mesi fa,
e non mi curavo di saperlo.
Perché ora tutto questo mi affascina.
Perché lui si esibisce per gradi, dieci.
Perché, primo, si presenta come una persona gentile,
seria e mentalmente libera.
Perché, secondo, affronta molti pranzi, discutendo a tavola
della vita e dell’amore senza mai nominare il calcio.
Perché, terzo, sta attento a non rivelare quanto detesti
avere la peggio in una discussione.
Perché, quarto, parla delle donne del suo passato,
riconoscendo che in parte è stata colpa sua.
Perché, quinto, è talmente ragionevole che tendi a dubitarne.
Perché, sesto, si autoinvita per un drink una sera.
Perché, settimo, in due vi scolate due bottiglie di vino.
Perché, ottavo, si ferma per la notte.
Perché, nono, non vedi l’ora di rivederlo.
Perché, decimo, non si fa vivo per giorni.
Perché avendo raggiunto lo scopo ritorna ai suoi interessi.
Perché non salterà nemmeno un’ora del corso serale
o una sola prova di coro a causa di una donna.
Perché è quasi sempre fuori casa.
Perché non riesci nemmeno a trovarlo al telefono.
Perché è il tipo d’uomo che da generazioni fa impazzire
le donne.
Perché, è triste ammetterlo, questo pensiero non basta
a farti rinsavire.
Perché è affascinante.
Perché è buono con gli animali e coi bambini.
Perché la sua voce è rassicurante e sexy allo stesso tempo.
Perché guida una vecchissima Vauxhall Astra station wagon.
Perché va a 130 sull’autostrada.
Perché quando lo supplico di rallentare dice: “Non intendo
andare piú piano di cosí”.
Perché è convinto di conoscere le strade meglio di chiunque
altro sulla terra.
Perché non insiste per avere consigli dai suoi passeggeri.
Perché se mai dovesse perdersi sarebbe un bell’inferno.
Perché qualche volta mi fa dormire dalla parte sbagliata
del mio letto.
Perché non puoi dargli ordini.
Perché ha questa dote, che gli sta bene mangiare
i bastoncini di pesce surgelati o il cibo cinese già pronto
o prepararsi la cena da solo.
Perché sa come cucino ed è realista.
Perché mi prepara tazze di cacao densissimo con le bollicine.
Perché beve e fuma almeno quanto me.
Perché è ossessionato dal sesso.
Perché non direbbe mai che è sopravvalutato.
Perché è cresciuto prima della società permissiva
e si ricorda della sua adolescenza.
Perché non insiste nel ripetere che è sano e naturale,
né mi chiede cosa vorrei che facesse.
Perché ha alcune idee tutte sue.
Perché non è mai stato capace di dormire a lungo
e la notte parla con me fino a tardi.
Perché ci logoriamo a vicenda con la nostra insonnia.
Perché mi fa sentire come una lampadina che non può
spegnersi da sola.
Perché ispira una poesia dopo l’altra.
Perché è pulito e ordinato ma non si preoccupa
troppo del suo aspetto.
Perché permette al barbiere di tagliargli i capelli troppo corti
e per due settimane va in giro che sembra un carcerato.
Perché quando metto una collana e gli chiedo se
mi sta bene risponde: “Sí, se No vuol dire provarne altre tre”.
Perché è rimasto scioccato quando i compagni di squadra
piú giovani hanno cominciato a usare il talco negli spogliatoi.
Perché la sua mascolinità vecchio stile è per me
fonte di continuo divertimento.
Perché la cosa lo rende perplesso.
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giovedì 19 agosto 2010

Una sorpresa

Inimmaginabile visione
al calar del vespro
apparsa come da morenti raggi.

Improvvisa Luna
pallida parvenza di rose
riflessi di danze inattese.

Scesi da alti colli
fruscianti di ciglia
Venti di profumi lontani.

Specchi di vanità stellate,
nelle ossa il freddo
e le mani ancora calde.

Matteo Di Stefano
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sabato 14 agosto 2010

Stasera di Giuseppe Ungaretti

Stasera
Versa il 22 maggio 1916

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia

di Giuseppe Ungaretti
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sabato 7 agosto 2010

Ineffabile

Lo sei davvero
o sol'io così ti veggo
mirabile incanto.

Basito
al cospetto del bello
non conosco la misura
della vastità.

Solo
estraniato in un angolo
colgo una porzione di cielo
e un solitario luccichìo
ineffabile.
di Matteo Di Stefano
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mercoledì 14 luglio 2010

La notte dei poeti



Doveva essere un accompagnamento alla protesta dei docenti; il viale era disseminato di candele, le fiammelle crepitavano liberando lievi onde di luce. Le tv, i giornali, cronisti, presidi, rettori. Via vai di studenti che sotto le stelle andavano a sostenere gli esami. La protesta, pacifica. L'era del buio che si prospetta all'orizzonte. Su un marciapiede un microfono, delle casse appoggiate sull'erba. La notte rendeva l'atmosfera magica e i fogli si spiegazzavano al minimo spirar del vento. Doveva essere un evento marginale, come una veglia agli esami che si stavano consumando nelle aule straordinariamente aperte di notte. La Minerva, che tanto incute terrore col suo occhio, si fece languida e divenne regina della notte. S'iniziò timidamente a leggere. Uno ad uno, tanti giovani si alternavano al microfono, leggendo antichi versi o nuovi; tutt'intorno s'andava radunando gente e l'imbarazzo si sciolse. Non importava essere grandi interpreti. Chi con dei fogli, chi con dei libri andava al microfono e recitava la sua poesia alla folla. E nei suoi occhi, il fuoco, nonostante spesso la lettura non fosse impeccabile, il fuoco balenava dagli occhi. Un fuoco che deve essersi acceso una notte di solitudine, o in un giorno particolare, negli occhi che si sono trovati per la prima volta a contatto con quei versi. Trafitti, umiliati, emozionati. Hanno portato e porteranno per tutta la vita il fuoco di quei versi negli occhi. Così, seppur con voci tremanti, o basse, o ridondanti, perfette o imperfette, hanno narrato la meraviglia di quella notte in cui in loro si accese il fuoco negli occhi. Emozionante, stare a guardare, ascoltare, quelle parole librare nell'aria e riempire l'atmosfera. E la retorica di burocrati e politicanti che si smorza al cospetto della Poesia. Chi, chi si ricorda perché siamo qui? Protesta? Quale protesta? La poesia brilla di propria luce e non c'è spazio per ricordare dove viviamo, dove finiremo, sotto quale luna sputeremo il nostro sangue agli Dei. L'obiettivo primario è diventato la Poesia. Leggere, accendersi ed accendere. Parole vaganti di uomini che sono stati in terra ed ora sono nell'aria, un suono che vibra. Non c'è più spazio per ricordare il motivo del raduno. Vecchi, giovani, dotti o stolti, tutti volevano recitare una poesia, tutti almeno una volta hanno respirato con ansia sulle pagine scritte. Tutti hanno versato almeno una lacrima nella vita, sentito fremere il cuore. Si va avanti, per un paio d'ore soltanto ma è quel che basta: i cuori sono colmi, le anime elevate, chissà se per rimanere in aria o riadagiarsi presto al suolo. Non importa! Sembra quasi di essere noi, protagonisti di un film, eroi dell'Attimo Fuggente, membri momentanei della setta dei poeti estinti. Non ci sono armi che tengano, non c'è retorica, non c'è voce che possa urlare così forte da far vacillare le fondamenta di un palazzo, non c'è rabbia, non c'è nessuna forza che possa far vibrare il mondo come può un astuto schiocco sonoro della lingua umana. Finiremo per strada forse, ma è nelle strade che porteremo il fuoco, è lì che continueremo a sopravvivere. Perché non servono edifici ufficiali riconosciuti da uno Stato per raggiungere l'infinito: la poesia salverà il mondo.
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mercoledì 30 giugno 2010

Versi distanti un anno

È un mio personale ricorso. Un personale ricordare quel che fu un 30 giungo 2009. Era notte, anzi, mattina. Quasi alba. Un gran muoversi, un gran rincorrersi."non hai sentito rumore?" "sì...lieve...sospirato.."

Un anno appena trascorso da quei versi scritti stancamente in una notte che scorreva fiacca, ancora palpitante per le funeste sensazioni dell'alba. Ah, la Dama ed il suo fascino. Un anno; un anno da quella delirante alba, quel sonno che non arrivava, rovistando negli sperduti anfratti di un ardore che si manifestava all'esterno per la prima volta. Un anno da questi versi, tenuti lontani e riservati a due occhi soltanto. Ancora, ancora allungo la mano per accarezzare dame dormienti. Mi muovo e sospiro, ti cerco nell'aria, creo piccoli vortici. Non ci sei, ma so dove venirti a cercare.

LA DAMA ADDORMENTATA

Ora che i miei occhi sono soli
immersi nel niente da cui distrarsi
velocemente arriva il sonno.

Occhi iniettati di sangue e stanchezza
in veglia ben oltre l'alba contemplando
la meraviglia d'una Dama addormentata.
Silenzioso vegliare
come per paura che il sole del mattino
tramutasse in cenere tal visione celeste.
Amabile Beltà dormiente
se le palpebre d'incanto si fossero schiuse
abbracciando il mattino e trovandomi lì
in estasi pel solo guardarti
avresti letto l'imbarazzo del tuo chiedere
"perché mi guardi?"

Le ore che indenni sorvolavano il tuo volto
pesavano su me dilaniando le viscere
di quest'anima che scopro invecchiata
torturata da desideri e grovigli,
e quell'urlo in me dilaga:
"Stringila a te
come se fosse tua
come stringeresti il collo al tempo
per allentarne lo scorrere.
Stringila a te per poche ore soltanto
prima che il sole la faccia svanire
e correre incontro ai suoi raggi".

Si può uccidere il sonno,
ma anche amarlo.

- Chissà se veramente dormivi
o sentivi il mio avvicinarmi lento
il mio indagare la tua mano
(perfezione a cinque dita)
lo sprofondare la mia faccia
in ricchi riccioli profumati.
Chissà se sentivi il mio prendere fuoco
il rimanermene sospeso nell'alba
ad ascoltare cani ululanti e galli
i miei sospiri, il mio volerti
che non conosco e non so
se sia puro desiderio o delirio inesatto
Lo sfiorare e il ritrarsi
il volere e non osare,
per paura o rispetto
per te
per me
per altri.

Se sapessi!
t'avrei baciato,
sulle labbra chiuse
o anche solo sulla mano.

Matteo Di Stefano
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mercoledì 16 giugno 2010

Primi versi

Spesso la gelosia vede anche quello che non c'è.

Questi sono i tuoi primi versi
perché ho atteso un lungo tempo?
Non distillo mai facili lodi
a minime parvenze d'infinito.
Non accarezzo la spuma marina
per toccare di donzelle il core
i baci che libero nelle brezze
son veleno per frivole fanciulle.
Lo parole non mi fanno da scudo
ogni mio fiato ha consistenza.

I versi lungamente ricercati
affiorano da istanti d'oblio
ricordi corrosi dagli acidi
negli orti di annate passate.
Ne conservi di più e più vividi
echi - come emergono gaudenti
dalle sabbie dei miei giorni
le ore febbrili della gaiezza!
Li ho trovati, i versi, sepolti
sotto cumuli di paglia dorata
stesi innanzi a cieli immensi
tra le erbe ch'erano giovani.

Danzavamo ridendo e dannando
l'anima inesperta alla magìa
senza capirne l'oscura potenza
Magìa! Ah la nostra perdizione
a incontrollati impulsi fiabeschi!
Sepolti erano, versi, negli anni
dei miei amori, dei tuoi viaggi
sconfinate distanze della vita
e fu quasi la vittoria dell'oblio!
Ma erano nel gaio sorridere
intatto ai bagliori nuovi d'alba
i versi primi sepolti dal tempo,
non distillo mai facili lodi
ogni mio fiato ha consistenza.

Matteo Di Stefano


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lunedì 7 giugno 2010

Silenzio


Si parla per riempire il vuoto

Fin da bambino ho amato
il silenzio; tacevo per ore.
Nei soli più miti fuggivo
nascondendo tra alti fusti.
Sull'erba sedevo immobile
scrutando i polli beccare
smontando e componendo,
il solo pensiero mi bastava.

- Il mondo m'impose la parola!
Rapporti, feste, compagnia
il gaio chiasso della socialità!
Mi dissero che il silenzio
era l'inferno dei dannati
allora imparai a parlare.
Diventai parte del Vuoto
agli stolti presi la stoltezza
ai furbi rubai la furbizia
tra i cani divenni cane!
Imparai a riempire il vuoto
parlai fin troppo, parlai
ma desiderando il silenzio.

M'abbandonai ai fuochi del vino
allo sbronzo strepitio informe
di feste collettive, ma per me
la letizia era non più di tre.
Così assaporai altre visioni
schiusi le porte all'infinito
i cieli si fecero oceani liquidi
l'ombra si confuse al delirio.
Colto da un'estasi selvaggia
finendo dinanzi al demonio
mi ritrovai perdendomi, Sì!
- Odiavo il clamore riempitivo
l'obbligo sociale delle parole
l'euforia di abili millantatori
e chi varcava il mio spazio.
Ho scelto ben pochi eletti
mantengo un sorriso beffardo
compassione e un sacro silenzio.
di Matteo Di Stefano
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