mercoledì 7 aprile 2010

Attacchiamo opere d'arte sopra le locandine elettorali



Si staccano lentamente. Ci vuole del tempo prima che le loro facce scivolino via definitivamente. Lì, attaccati alle bacheche, coi volti sorridenti e inneggianti a sterili motti da supermercato. La pioggia a volte ne scaraventa a terra gruppi di cento, accumulatisi in giorni di aspre battaglie. Battaglie fatte di colla e carta, non di concetti o idee. Colla e carta. E ancora carta e colla: un arrembaggio al grido di “ride bene chi incolla ultimo”. Alla fine la bacheca s’è tramutata in un panetto di carta spesso venti centimetri. La pioggia lo rende pesante, lo fa scivolare in terra e lì si frammenta in tanti piccoli pezzettini. Una poltiglia bianchiccia, con qualche rara sfumatura, grumi informi più orridi di vermi brulicanti. Sono i manifesti della politica; cantano odi passate, vecchie elezioni ormai chiuse nella storia. Eppure rimangono ad infestare con i loro sorrisi senza carie, i denti dritti e bianchi, con affianco una frase per la quale non hanno forse nemmeno contribuito: ci ha pensato il pubblicitario. Come se si trattasse davvero di vendere detersivi. Detersivi non è neanche la parola giusta; la parola detersivo richiama pulizia -seppur chimica- ma pulizia. Invece i manifesti si logorano, ingialliscono ai venti e all’umido. Sono passati i giorni della guerra, per il momento non ci sono schiere fitte di genti da ammaliare e così non ci sono neanche nuove locandine. Solo le vecchie campeggiano, ingrigite come certi uomini, restii al vivere di fronte a quel mostro che emana suoni ed immagini irreali che è la televisione. L’unica vita che ti passa davanti tra una pubblicità e l’altra, senza un pulpito, un pensiero che possa illuminare l’attimo. Così si riduce l’umanità, appoltigliandosi davanti alla tv, in lieve divenire verso una sudicia massa di coriandoli informe. Sono visioni orrende da vedere; nessuno che fa qualcosa per rimuovere quei cadaveri dai divani e quella melma elettorale. Intanto nuovi manifesti si staccano, muoiono, ingialliscono, s’appoltigliano. S’aggiungono alle rovine delle città in declino, al grigiore del cuore della gente, imputridito dal troppo assorbimento passivo. Reduci sconci non troppo romantici.


“Sveglia! Sveglia!” hanno gridato. “Guardate intorno a voi, lo squallore, la tristezza vi sta invadendo l’anima e qualcuno su di voi danza, come su di una pista da ballo. Qualcuno usa la vostra lingua per attaccare francobolli grandi quanto uomini”. Ha ragione a gridare in quel modo. Perché lasciare che quelle immagini ormai inutili e senza senso continuino a campeggiare sui nostri giorni? E se s’attaccassero opere d’arte laddove ora motti sterili t’accompagnano sorridenti? Quadri, poesie, notizie e biografie di autori, racconti, fotografie di popoli, di fiori e di casolari abbandonati. Tutto ciò ch’è buono a suscitare una reazione vera, autentica. Trasformiamo la città in un museo, in un libro da sfogliare ad ogni vicolo. Non è un atto di qualunquismo, l’arte non è mai qualunquistica. L’arte serve al risveglio dei sensi, comunica l’uomo con ciò che l’uomo è nel tempo. L’arte è critica, e la critica porta a riflessione. L’arte è denuncia sociale, impeto rivoluzionario. L’arte è anche fine a se stessa, esaltazione del bello, disincanto che scioglie dal torpore del logoramento, dall’inutilità dell’utile. L’arte è espressione, l’espressione è figlia del pensiero, il pensiero fa l’uomo libero, l’uomo libero è critico e non governabile. Allora forse ve lo impediranno, ma voi finite comunque il vostro sporco lavoro di carta e colla. Potranno incatenar le vostre gambe ma non i vostri pensieri. Non insultateli, tirate fuori un libro: leggetegli una rima di Baudelaire. Ho visto un ragazzo che lo faceva, gridava: “Sveglia! Sveglia!”


E se proprio dovranno scivolare e sbriciolarsi e venire via lungo il marciapiede, il passante avrà una consapevolezza: che quella bacheca, per un po’ di giorni, ha reso la sua vita migliore.


Il dipinto nella foto è di Andrea Del Pesco

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