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venerdì 5 aprile 2024

DISGELO (poesia)

 

 
....sciogli i ghiacci



Non trovo più l'armi
Eran sepolte sulla riva
Ove lasciai fuggir speranze
Ove lasciai spegner le danze. 

Non più scudi o elmetti
Leva l'ancora, dice il poeta
T'invada la burrasca, fratello
Per sempre spegni ogni remora.

Fili rossi, epitaffio alla noia
Mille cerchi concentrici 
- non s'impara mai abbastanza -
Mano che asciuga ogni pianto. 

Bruciare. E' questo il presagio
Ambizione ultima del silenzio
Parole, le ritrovai d'un tratto
E scivolarono via come lava. 

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domenica 17 maggio 2020

Ciò che ero per amara necessità

Dicevo. Il vomito. Quella parte rivoltante di un eclatante rifiuto. Ciò che ero io non lo scelsi, non lo volli, eppure con tanta impavida rivolta lo diventai. Il mondo non m'apparteneva ed io non appartenevo ad esso. Tanto che ci separammo una notte. Danzavano luci, polveri libravano ad ogni afflato mentre corpo prendeva un impossibile reale più reale di ogni reale. Del mondo io non scelsi nulla, se non la via d'uscita. Lo strappo estremo di un'anima vagante che per uno strano scherzo trovò un sollazzo nell'andirivieni. 

Ciò che ero io lo fui per caso. Di ciò che non ero ne fui il carnefice. Feci a pezzi ogni brandello di quel mantello con cui mi avvolsero il corpo esile e terribilmente fragile. E d'ogni cosa io scelsi il nome, ad ogni cosa reinventai i colori, ad ogni cosa io diedi una nuova forma. E quel nuovo mondo, a mia immagine e somiglianza, aveva la parvenza di un paradisiaco inferno dove poter morire tra spasmi di felicità. Un reale più reale di ogni reale. Un reale dove non v'è possibilità per il reale. 

Ciò che ero io lo vomitai. E lo vomitai perché non avevo altri strumenti per esprimermi. E presi corpo, salvandomi. Sfuggito alle fauci di un mondo che mi aveva accolto nonostante i miei rifiuti. Nonostante i miei scalpitii. Nonostante. Così ci accordammo per un compromesso: dammi un mondo laddove il mondo non può entrare. 

Ciò che ero prese forma in un buco nero. Non parlammo forse a lungo dell'oblio? Stanne fuori mondo. Stanne fuori. Per il tuo equilibrio ed il mio, stanne fuori. Lascia che io navighi senza preoccuparmi degli orientamenti, lascia che io navighi dimenticandoti. Stanne fuori, stendi i tuoi tentacoli su altre rivoltanti carcasse che non siano la mia. 

Ciò che ero lo fui con rabbia. Inesplosa, intimamente violenta. Fu la necessità di vendere un sorriso mentre cercavo di detonare una bomba, mentre il tempo m'inseguiva ed io sapevo correre più lesto. Mi stracciavo le vesti e tamponavo le emorragie del mio viaggio non privo di imprevisti. Mi staccavo le unghie a morsi mentre scalavo arcobaleni. Non fu facile vincerti, ma ti vinsi. 

Ciò che ero, lo sono ancora. La sveglia non suona mai impunemente. Stanne fuori. 
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giovedì 11 maggio 2017

Crisi d'identità di un blog

Una volta ero un blog. Cioè, una volta non ero niente. Cioè, ero un dominio: blogger. Poi sono diventato un sottodominio. Sì, insomma, nacqui. Così presi vita, un grumo di byte informi che si è moltiplicato per uno strano fenomeno autoriproduttivo. Non si sa bene cosa fossi; a dire il vero non lo so nemmeno ora. Per un qualche tempo sembrava avessi una forma, molti capitavano qui e ci si poteva sentire seduti in un teatro. Tra una platea ed un'altra, ogni tanto pifs!, soleva uscire uno schizzetto, una sbavatura sfocata di mondo. Così anche io ho potuto scoprire - in un modo molto strano - cosa gli umani, miei creatori, vivessero quotidianamente. A dire il vero non è che ci ho capito tanto: è tutto un po' confuso, sembra che un po' l'autore si diverta a camuffare, a mischiare le carte, e bididi bodibi bu, plaf plaf un battito d'ala per nascondersi in alto e frooom, un volo in picchiata verso il terreno e hoplà, scomparso di nuovo. Così un po' si è divertito a lasciare graffiti digitali sul mio corpo un po' deforme. Pian piano le cose cambiano, il silenzio diventa il mio testamento. E i teatri? Niente, non più. Ogni tanto lui riappare, livido in volto o estremamente e grossolanamente in preda ad una strana estasi. Lo sento che ormai sono un blog da una botta e via, infatti il nostro rapporto è freddo. Lui fa il login, digrigna i denti, canticchia, picchietta freneticamente le dita mentre un sottofondo musicale mai soddisfacente lo accompagna. E tichete tichete ta, picchietta picchietta il nostro minatore di parole senza sapere cosa da quella miniera riuscirà a recuperare. Poi clicca su pubblica, chiude senza neanche condividere sui social: io che sono un blog! Così, ogni tanto, lui mi usa, come una bottiglia da lasciare nell'bit-oceano conscio che qualcuno prima o poi digiterà "bidibi bodibi bu" su google. Ma il punto è questo: ero un blog. Cioè, non ero niente... vabbè, volevo dir... sì, insomma io.. vorrei dire.. che.. sì.. ecco, sì, ecco... vedete? Non mi fa parlare! ... Non nnn.... nn..

Tu sei, tu sei..
Grumo
di parole
rigurgito
la scolatura del vino
ciò che resta depositato
l'informe che ha forma
il riverbero dell'estasi
lo sciame sismico
vibrazione di vita
rimasta nell'aria
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L'importanza di non chiamarsi Matteo

Matteo è il mio nome.
Matteo è il suo nome.
Matteo non esiste.
Matteo resiste.
Matteo perisce.
Matteo lenisce.

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Breve rigurgito

Monk non conosceva quella parola, distante milioni di passi com'era. L'urlo di quell'animale lo avrebbe terrorizzato anche a distanza se solo l'avesse udito. I decibel creavano un guscio di suono e nessuno poteva udire quello schiacciante scricchiolio. L'anima nessuno l'ha vista, ma quando si sgretola ha un suono terrificante dicono gli esperti. Riempie il cielo, gli animali scappano, i sacerdoti escono dalle basiliche per invocare la grazia di Dio e danno l'estrema unzione al mondo. Scricchiolii. Terrificante è il suono di un'anima che si schianta. Amen. Mentre nel guscio milioni di particelle umane, di nuvolette di fumo e sudore si mescolano in un nuovo processo chimico creando buchi neri attraverso i quali si varcano porte di nuovi universi. Gogo Jenny, corri anche incontro a quelle porte che si dissolvono. I vortici richiamano a sé i più deboli che diventano aria. Ansimante. Vibrante. L'eterno è un gioco troppo pericoloso per poterlo sfidare col pensiero; meglio sarebbe attaccare alle spalle la razionalità. - E il tuo fluire? - Procede a stento, caro Monk. Un momento navigo, un momento mi fermo a guardare le istruzioni. - Ecco: vedi quell'iceberg? È proprio questo il fluire: lasciarsi andare contro l'iceberg.
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Into the Night (Xiu Xiu)

Lacerazioni,
un modo come un altro
per sanare l'insanabile
vuoti a dismisura
espansione

A dismisura
espansione di un salto
verso lacerati vuoti
un altro modo
per sanarsi

Vuoti
espansi
altro modo insano
per lacerarsi
a dismisura
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mercoledì 10 maggio 2017

Nostalgie

Nostalgie di tempi andati, mai vissuti
Nostalgie di canzoni mai udite
Nostalgie della nostalgia
Nostalgie di brividi provati e da provare
Nostalgie di viaggi, di pianeti, di cieli
Nostalgie di città troppo illuminate
Nostalgie di utopie da realizzare
Nostalgie di utopie mai realizzate
Nostalgie di balli in piena notte
Nostalgie di spensierati sogni
Nostalgie di Chopin
Nostalgie di spiagge e libertà
Nostalgie di cose da dire
Nostalgie di parole strozzate in gola
Nostalgie di fogli sporchi di pochi versi
Nostalgie di cose che accadono
Nostalgie di meraviglie e cose belle
Nostalgie di quando era facile
Nostalgie di un sentire perduto
Nostalgie di un pianoforte
Nostalgie di note dell'anima
Nostalgie di lasciar accadere
Nostalgie di sarebbe facile
Nostalgie di tempi senza paura
Nostalgie di fiori colti e da cogliere
Nostalgie di paesaggi in cui perdersi
Nostalgie di quant'era bello la sera
Nostalgie di tienimi stretto
Nostalgie di felici calici
Nostalgie di rapporti umani
Nostalgie di umani
Nostalgie umane.
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domenica 5 febbraio 2017

Reincarnazioni

(nell'immagine un dipinto di Jacek Yerka)


Sogno mari del nord, gelidi, ritempranti
Sogno derive, turbinii e poi quiete
Sogno onde funeste
Sogno sirene
Sogno di avere le branchie
Sogno isole
Sogno approdi solitari
Sogno capanne
Sogno scritte cancellate dal mare
Sogno messaggi in bottiglia
letti da chissà chi
chissà dove

Post-Matteo
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venerdì 20 maggio 2016

Terza guerra mondiale | #poesia



Accompagnamento musicale consigliato:

 Tacerò, ininterrottamente
lascerò che qui marcisca
ogni stupida idea, silenzio
ne sarò il Re, come Arthur
- mio gemello di sconfitta -
muri alti, impenetrabili
senza possibilità d'attacco.

Il processo di pace, Addio
armistizi: siamo in guerra!
Lontani! Lontani vi dico!
Invasori della mia terra
qui si spara, lasciatemi!
Non tentatemi, lontani
o tra le lacrime io sparo!

Io non conosco  Amore
di che parliate non so,
Poesia? Fiori? Sbagliate
mai da questo cuore uscì
altro da violenza o guerra
dell'amor facciamo a meno.

Conosciamo i vostri giochi
rimuovere da noi difesa
è lasciar che si saccheggi,
ai vincitori il cuore, a noi
il dolore: conosciamo, via!
Via, pria che il sole schiuda
ai vostri occhi il volto stanco
fragile di chi porta il peso
d'una maschera. Già s'apre
lo spiraglio alla bontà, via
noi siam duri, siam soldati
non tremiamo ma colpiamo.

Colpo e fuga sotto viscere
frementi, la terra che trema,
un bel tramonto l'atomica
sganciata, i corpi son cenere
v'amai, un giorno, v'amai:
ora son soldato, dio di morte
bacio commosso le spoglie
vostre come mie, magari
nell'eterno giro ci vedremo
ancora, in un mondo nuovo
ci ameremo, ma non ora
non ora...

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lunedì 18 aprile 2016

Baciami le nocche (più contenuti speciali)


A volte siamo costretti ad essere ciò che non siamo
A volte essere veri, duri ma giusti, è come essere morti
A volte vedono in te la grandezza ma a nessuno interessa
A volte gli inutili barbari saccheggiano ciò che sarebbe tuo
A volte, 
Sticazzi!

***

Dunque questo è il luogo di coatti, sbruffoni, arroganti? 
È dunque questo il luogo dove solo regna chi è stronzo? 
E quando sarà il luogo delle anime gentili ma inflessibili 
dei romantici, degli eleganti, degli umili, dei sapienti? 
Quando la bellezza vincerà sull'irriverente montatura? 
Quando saremo amati senza fingerci teste di cazzo? 
Questo è il mio gentil pugno: baciami le nocche! Così?
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lunedì 11 aprile 2016

Parlando di A.



Sono la sottocoscienza poetica
Lui l'esteriorità, io l'intimità
Lui il cinismo, io l'amore
Io dico ciò che lui non dice

Sono l'esilio della mente
i fiori regalati dal suo petto
strappati e in terra essiccati,
sono del doppio il canto muto.

Ciò che non è ma ambisce:
la catastrofe è il mio beneficio
dei suoi sogni l'amaro profeta
se pure ride in lui io piango.

E scrivo degli amori che non ha
 e in lui, un giorno, ricadrò -
quando i suoi amori e le mie muse
s'uniranno - nello stesso nome

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domenica 10 aprile 2016

Umiltà del nulla (ovvero Epitaffio a me stesso)

Mia è l'ombra,
Mio il silenzio
dai ruggenti sospiri.

La parola, la parola
anch'essa è perduta
mi vedrai nell'aria.

Mi sentirai
con l'autunno
un fruscio di foglie.

M'udirai
marino lamento
cingerti la vita.

Mi calpesterai
come neve nuova
in me calco, impronta.

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martedì 5 aprile 2016

La Musa Ignara

(Childe Hassam - Fifth Avenue Nocturne)

A te
che sai
fingendo di non sapere

A volte capita di iniziare a vedere colori
laddove prima era tutto un po' scuro
e viene voglia di vedere meglio


***

Deserto in piazza
fontane in festa
occhi nel vuoto
lacrime di vento
l'infinita attesa
che si manifesti
amabile l'Infinità.


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domenica 21 giugno 2015

Frammenti | #impossiblethings

 (Wife Portrait - Zdzisław Beksiński)

Mi son fottuto il cervello!
E il cuore, la pancia, la vita
l'integrità.
Deflagro

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martedì 16 giugno 2015

La sottilissima arte di innamorarsi

Soprattutto a colei che vibra
e fa vibrare

Non so quando precisamente decisi di attraversare la vita con un unico ideale: vivere un perenne stato di sogno. Provare lo sforzo sovrumano di mutare un sogno in realtà tangibile è un orribile suicidio. Lo impari facendone le spese, mai e poi mai la vita potrebbe eguagliare il tuo sforzo creativo nel creare situazioni incantevoli. Il mio cuore è cartaccia, è spazzatura riciclata, è un fiore di carta ritagliato con cura e caduto in una pozza di fango: dissolto. Dell'ignoto ora son vorace. Imparo ad amare, non come uomo, ma come poeta. Amo le immagini che la realtà alla mente ispira, amo l'intangibile mio pensiero che orna di ghirlande il paesaggio visto dai miei occhi. I colori in me risuonano come arpe. Amo finché il tocco del reale non sgretola i muri altissimi delle illusioni. Amo senza parlare, senza addentrarmi in forme, senza sfiorare. E delle tante muse io m'innamoro, ed esse son mie fintanto che io le adoro. Esse non sanno, né sapranno. M'innamoro, d'ogni fanciulla che ha gli occhi in un libro, che ha un vento fantastico che scorre sotto le sue ciglia. Il loro sguardo di fiaba mi rimanda in altri tempi che vissi e che dimenticai. Secoli fa, mai più li vidi. Non vivono: esistono in quel fugace scorcio di esistenza che ci ha portato ad incrociarci. E m'innamoro d'ogni folta chioma, d'ogni viso che io non sia costretto a guardare nelle sue storture, nelle sue bruttezze: sono io il pittore dei loro tratti e assai più angelica è la mente mia che la natura. Camminate dunque, due, cinque, dieci mentri innanzi al mio cuore e i vostri volti avranno i tratti delle Dee. E di ciò che è fuori moda io amo il frugale sentirsi fuori da ogni tempo, passato indefinito, perché solo fuori dalla linea del presente potremo amarci indefinitivamente: in qualsiasi luogo noi sapremo danzeremo. Di colei che è ancora pura di cuore io m'immamoro, perché suo è il rossore che accende le guance e non conosce del mondo la corruzione; dove lei lascia cadere il passo sorgono margherite e tupilani. E di coloro che san pizzicare le corde dell'anima con un canto, un violino, una chitarra, un basso, di coloro che han sogni in musica e la realtà è di semplice orpello. Di costoro e tant'altre che evocano sogni privi di realtà. Perché il sogno ha un ritmo incalzante e la realtà tempi morti; il sogno ha una drammaturgia originale e la realtà si trascina in forme trite; perché il sogno ha sempre una colonna sonora e la realtà rumore; perché il sogno è in ogni luogo, perché il sogno è potenzialmente infinito e parla il linguaggio indefinito delle emozioni. Non v'è linguaggio alcuno e azzerate sono le incomprensioni. Io sogno. 

E infine, c'è colei la quale al sogno da consistenza, lo incarna, lo dipinge su una tela composta dalle singole cellule del corpo: ella è attrice e le più soavi fantasie possono cogliermi di fronte ad un corpo che sa sbocciare nuovo, trasformarsi, percorrer vite, materializzare la poesia, la massa e l'aria, veicolo delle più fulgide emozioni; tu, Sole del mio sistema incentrato sui sogni, il mio pianeta desertico ha bisogno di abbeverarsi alla tua fonte di luce. Di fronte a te è massimo il mio ardore, "che non finisca con la commedia!" mi ripeto, "che non finisca con la commedia!". Ma tu sei già lontana evanescenza poetica, già te stessa nei camerini e resti viva nei miei occhi solo spettatori, indelebile miraggio in attesa di una nuova replica. E se tu tendessi la mano al di là della quarta parete, la mia, cavalleresca, con un guanto t'accarezzerebbe e con le labbra un bacio appena accennerei senza violarti. Nessuno vuol questo sogno e va allora, sii vita terrena, finita, mentr'io inventerò per noi la nostra eternità. Tu ignara mi ricambierai con un saluto, ma sei un semplice tutto e non lo sai. T'amero da una platea. Se amerai, amerò. Se riderai, riderò. Se morrai metterò il lutto. T'amerò. Da una platea. Io son semplice carta, stracciami.

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sabato 6 giugno 2015

Riflessi letterari: solitudine e sogno da "Il grande Gatsby"

  Eppure questo atteggiamento non ci è per nuovo. E per quanti di voi la fantasia domina la realtà riempendola di decorazioni? Ciò rappresenta la delizia ed il supplizio di ogni sognatori: vivere grandi fasti immaginari, morire soli in un castello reale. Riportiamo questi tre estratti tratti da Il Grande Gatsby (recensione), un romanzo del 1925 dello scrittore statunitense F.S. Fritzgerald. Esistono diverse versioni cinematografiche (la più recente delle quali con Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan), nonché un allestimento teatrale e persino un'opera musicale.




  "Quando mi avvicinai per salutare vidi che l'espressione scontata era ritornata sul viso di Gatsby, come se fosse stato attraversato da un lieve dubbio sulla sua attuale felicità. Quasi cinque anni! Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata all'altezza dei suoi sogni - non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto. Si era gettato in quella storia con una passione creativa, accrescendola continuamente, ornandola con tutte le piume più colorate trovate sulla sua strada. Non c'è fuoco o gelo che possa sfidare ciò che un uomo può immagazzinare nella sua anima" (...)

(...) "Era James Gatz quello che stava bighellondando sulla spiaggia quel pomeriggio con un vecchio maglione verde e dei pantaloni di tela, ma era già Jay Gatsby quello cheprese in prestito una barca a remi, accostò al Tuolomee e informò Cody che poteva essere sorpreso dal vento e affondare in mezz'ora.
   Immagino che avesse avuto il nome pronto da tempo, perfino allora. I suoi genitori erano contadini incapaci e falliti - la sua immaginazione non li aveva mai accettati come genitori. La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, scaturiva dalla sua platonica concezione di se stesso. Era un un figlio di dio - una frase che, se significava qualcosa, significava proprio questo - e doveva occuparsi degli affari del Padre, servire una vasta, volgare e falsa bellezza. Perciò inventò questa storia di Jay Gatsby che giusto un ragazzino di diciassette anni poteva inventare e vi restò fedele fino alla fine." (...)

 (...) "Ma il suo cuore era in costante e turbolenta rivolta. Le più grottesche e fantastiche ambizioni lo braccavano la notte nel letto. Il suo cervello tesseva un universo di ineffabile lusso mentre l'orologio ticchettava sul lavabo e la luna bagnava di luce i suoi vestiti ammucchiati sul pavimento. Ogni notte accresceva quest'intreccio di fantasie finché la sonnolenza non si chiudeva con un abbraccio incurante su qualche vivida scena. Per qualche tempo questi sogni ad occhi aperti gli procurarono uno sfogo per la sua immaginazione; erano un soddisfacente indizio dell'irrealtù della realtà, una promessa che la saldezza del mondo era di sicuro fondata sulle ali di una fata."




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giovedì 28 maggio 2015

La via del ritorno...

Sulla via del ritorno, memorie asfaltate; e riflessi. I sensi acuti catturano l'ambiente, il peggio che possa capitare alla tua anima. Una fluttuazione solitaria e tutto è nostalgia. In ogni sguardo, in ogni smorfia, in ogni respiro. E tutto è poesia, tutto è devastazione emotiva. Quell'uomo pieno di tic, con quelle movenze bizzarre, macchiettistiche. Guardi non visto, assente, momentaneamente al di sopra di tutto. Un povero attore costretto a rivedere i suoi canoni: "troppo teatrale". E tutto intorno invece è più teatrale della teatralità stessa. La vita è innaturale. La vita è una sensazionale divagazione di anime, di storture, di malformazioni mentali, di strade che franano dando a corpi e volti espressioni fuori dal normale. E tu, tu citi un ricordo, rovesciato da chissà quale cassetto. Si contorce l'anima di fronte a due paia di labbra che si sfiorano; ne osservi bellezza e orrore insieme; tu solo. Brutto essere osservatori estremi, captare ogni singolo getto d'umanità, assorbire in sé fiumi di vita, amalgamarla, sezionarla e archiviarla ordinatamente, può sempre far comodo un ricordo. Sono attimi, puoi farne ciò che vuoi, puoi renderli infinitamente grandi, il resto sarebbe poco interessante: ordinaria amministrazione. Un pezzo qua, un pezzo di là, pezzetti di realtà che compongono un puzzle che a suo modo produce una musica. Ed è forte, perché a ciò che manca rimedia la fantasia, più vivida e forte di qualunque scontata realtà. La realtà fa schifo, uno schiaffo alla magia. Se potessimo vivere solo nei sogni? Realtà, sempre realtà, cruda, bastarda, penosa riproduzione di gesti. L'arte, la letteratura, i film ci hanno impestato l'anima e noi sognamo. E se la realtà non diventa un sogno, il nostro compito è inventare sogni, come il sognatore dostoevskiano, per il quale un minuto può bastare a riempire la vita: se vi fosse stato un giorno invece? Una settimana? Un mese? Un anno? Mio caro, tanta realtà non basterà a raggiungere la grandezza di pochi secondi di sogno. Un ubriacone riempe la strada di berci immondi, ciondola e per lui è tutta colpa dell'Ecuador. Un tale su una panchina lo chiama, ha un cartoccio. "E' per sopravvivenza", dice. "Mangia, devi dare benzina allo stomaco sennò impazzisci". Questa è il massimo d'umanità che mi è capitato di raccattare tra i mostri quotidiani, dalle forme stropicciate delle loro costruzioni. Nevrosi. Quasi piangi a sentirli parlare, a vedere quei due avanzi di vita condividere un pasto di fortuna, fraternamente. E' un devasto questo sogno che mi assale, questo sogno chiamato esistenza. A me toccò d'aprire varchi nell'aria con la mente ed essa sempre mi fu ostacolo alla fratellanza. Io non vivo, io non esisto, io personaggio immaginario. Tenerezza. Brutalità. Se solo ci fosse un'anima che sappia riprodurre i più alti slanci del mio fantasioso cuore. Compagni di volo. Ma è solo aria, solo respiro che si perde. E amo e odio tutto e tutti.
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lunedì 18 maggio 2015

L'ultimo volo di Dean

Facce funerarie, abitudinarie, inerziali. La quotidianità smorta che ti passa davanti senza neanche accorgersi della tua esistenza, scossa da un segnale sonoro tra una fermata di metro e l'altra. Ogni giorno un déjà vu che si ripete, incessante, un ronzio d'assordante silenzio che logora e scava una galleria dentro di te. Questa esistenza monotona che talvolta sbandieriamo al grido di "Vita!". Il dono più grande, il più grande brivido, la vera emozione. Ma è così davvero? Quei volti dicono il contrario mentre timbrano il cartellino del disavanzo emozionale, mentre passano una carta per lenire l'animo e dare un senso al sudore, tutto in ordine: il posto fisso, la casa, tanti oggetti e una confortevole comodità. Non nei vostri occhi, non un'emozione, non un'adrenalinica scintilla che accenda un passante avido e curioso. Eppure subito pronti a salire in cattedra, con lo scettro della morale teso verso il cielo a gridare che "l'emozione più grande è la vita". Bugiardi! Emozione è ben lontana dall'essere una parola a voi familiare. Da quello stesso cielo un uomo scendeva a gran velocità, un uomo danzava sul filo dell'incoscienza, dell'incomprensibile ricerca di un fremito, una scommessa: si vince per ora o si perde per sempre. Giocare con se stessi, con la propria vita al fine di tagliare il traguardo dell'adrenalina, avere affrontato il pericolo ed essere sopravvissuti, aver visto il mondo da prospettive inaccessibili alla maggior parte degli umani.

E mentre si aprono e chiudono le porte di quei serpentoni meccacini che fagocitano gente, sfogliamo il giornale e leggiamo di Dean Potter provando ammirazione, rispetto, forse anche invidia per avere avuto il coraggio di provare delle sensazioni che un luna park non riuscirà neanche lontamente ad imitare (ma che tuttavia forniscono un surrogato commerciale, accessibile e sicuro all'adrenalina autentica); e ovunque tu sia, Dean Potter, ti ringraziamo perché ci insegni una cosa fondamentale nella vita: fare ciò che ci dà emozione e piacere, fare ciò che voglioamo e amiamo. Ce ne dimentichiamo spesso e diventiamo schiavi dell'abitudine, della noia, del lavoro, della confortevole mediocrità delle nostre vite in putrefazione. Insegnaci a volare Dean, lungo i costoni di roccia dei nostri sogni più proibitivi; aiutaci a sconfiggere il tabù della parola "morte" e insegnaci come sposare l'incertezza; a capire che non ci serverà a niente vivere a lungo se non ci assumiamo il rischio di cadere in digrazia; che la strada verso la pienezza di se stessi è come un filo teso tra due canyon.
M.d.S.



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lunedì 5 maggio 2014

Un posto a Filadelfia - A place in Philly - Charles Bukowski

 Dedichiamo questa poesia di Charles Bukowski a tutti i giovani artisti, a chi si sacrifica per fare ciò che ama, a chi rinuncia all'agio per inseguire se stesso. A chi ha fame e si nutre della sola arte.

non c'è niente come esser giovani
e affamati,
vivere in camere ammobiliate
e far la parte dello
scrittore
mentre gli altri hanno
i loro mestieri e
i loro averi.
non c'è niente come essere
giovani e
affamati,
ed ascoltare Brahms,
a pancia sgonfia,
manco un'oncia di
grasso,
allungati sul letto
nel buio,
fumando una sigaretta
rollata alla bell'e meglio
e lavorando sulla
ultima bottiglia di
vino,
i fogli che hai
scritto sparsi per
terra.
ci sei passato sopra,
avanti e indietro e di traverso,
sui tuoi capolavori che saranno
letti
all'inferno
o forse
masticati da un
topino
curioso.
Brahms è l'unico
amico che hai,
l'unico che vuoi,
lui e la bottiglia
di vino,
mentre capisci che
non sarai mai
cittadino del
mondo,
e se arriverai
vecchio
fino in fondo
lo stesso non sarai mai
cittadino del
mondo.
vino e Brahms
si mischiano ben bene mentre
guardi le
luci
rincorrersi
lungo il soffitto,
per gentile concessione
delle auto
di passaggio.
tra un pò dormirai
e certamente
domani
aumenterà
la mole
dei tuoi capolavori.


English version

 there's nothing like being young
and starving,
living in a roominghouse and
pretending to be a
writer
while other men are occupied
with their professions and
their possessions.
there's nothing like being
young and
starving,
listening to Brahms,
your belly sucked-in,
nary an ounce of
fat,
stretched out on the bed
in the dark,
smoking a rolled
cigarette
and working on the
last bottle of
wine,
the sheets of your
writing strewn across the
floor.
you have walked on and across
them,
your masterpieces, and
either
they'll be read in
hell,
or perhaps
gnawed at by the
curious
mice.
Brahms is the only
friend you have,
the only friend you
want,
him and the wine
bottle,
as you realize that
you will never
be a citizen of the
world,
and if you
live to be very
old
you still will never
be a citizen of the
world.
the wine and
Brahms mix well as
you watch the
lights
move across the
ceiling,
courtesy of
passing
automobiles.
soon you'll sleep
and
tomorrow there
certainly
will be
more
masterpieces.



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giovedì 27 febbraio 2014

Voglio rivelarti



 (nell'immagine un'opera dello street artist Dran)

Di rivelarti io aspiro

d'ogni me, e di passati

di ciò che il tempo

ebbe a nutrirmi,

dei pasti avariati

e quelli squisiti

delle notti a digiuno

dei veleni

e dei cibi

eterni.



Di come divorai la fetta

e in fretta ne piansi.

Di come la mente inganno

mi rese ogni clamore.

Dell'oro che descrissi

e lo scoprii stagno,

di quando fuggii dal cielo

per seppellirmi nella neve,

del cuore che resi muro

e corrosi delle mie lacrime,

di come a volte rinasci

o senza nascere si muore.

A.
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