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mercoledì 8 giugno 2011

Ingannarsi per gioco

(nell'immagine: "Libertà" di Ewelina Ozog)

***
credo che una poesia indedicata
rischi più facilmente di essere una superflua esibizione
(D.Rondoni)

***

Gli anni più belli
del furore ardente
dei viaggi, gli anni ostili
hai perduto della vita,
quando tutto può
cambiare, ancora,
e armeggi i giorni
come fossero ventagli.
Forte dei venti sfidi
le correnti, grande ala
dal vigoroso battito
e tutto può,
migrare.

Di qual ricatto perì
la libertina volontà?
Non di capricci s'è vivi
abbastaza da esser felici

e piangi ora, senza lune
le notti paiono prigioni,
trappola di sogni rigata
dal sale di troppe lacrime,
dello stesso tuo inganno
sanguini da carni lacere.

Vuoi rivolte, nuovi inganni
forse nell'aria svanire
chiedendo asilo ai Cieli d'Irlanda
ma più il tempo volgerà
nella cara anima tua gli anni;
- ed è morte ogni strattone
nuova, perenne disarmonia.

Matteo Di Stefano

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giovedì 2 giugno 2011

By the Round Pound - Wendy Cope

(nell'immagine: La Promenade di Claude Monet)

Guardi te stessa. Ed anche chi ti guarda.
Uno spettro sul muro del giardino.
Uno è lo spettro e l’altra, sì, sei tu –
sempre che entrambi esistiate davvero.

Che strano esser qualcuno dietro un volto,
avere un nome e sapere che è il tuo,
trovarsi in questo angolo di verde.
Una chiocciola osservi: avanza e sosta.

Tu stai seduta, e ti domandi quieta
fino a quando. Ti muovi? No, rimani.
Ignoto è il tessitore dell’ordito.
Scivola via un minuto dopo l’altro.


Original Version

You watch yourself. You watch the watcher too-
A ghostly figure on the garden wall.
And one of you is her, and one is you,
If either one of you exists at all.

How strange to be the one behind a face,
To have a name and know that it is yours,
To be in this particular green place,
To see a snail advance, to see it pause.

You sit quite still and wonder when you'll go.
It could be now. Or now. Or now. You stay.
Who's making up the plot? You'll never know.
Minute after minute swims away.


Traduzione di Silvio Raffo


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mercoledì 1 giugno 2011

L'angoscia del giorno

(nell'immagine: Soft Construction with Boiled Beans di Salvator Dalì)

Ho il suono sordo delle cantine
svuotate, l'umido tanfo del mosto
aggrumato sui fondi, inaridito
sulle pareti dell'inconsistenza.

Melma, vomito di me stesso,
riluttante riflesso agonizzante
e sempre d'un fremito vacillo
provo: ma non c'è esistenza, oggi.

Terra, nuda terra ch'io vorrei
mia compagna di quiete, sorella
asciughi tu quest'umido sospiro
che più non ha odor di vino.

Nel volo d'un passero insegue
lo sguardo un sogno di libertà
ma ricade, sempre, tra vuoti tini
dove il mosto ora sa di morte.

Matteo Di Stefano


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venerdì 27 maggio 2011

Pergolato in cielo

(nella foto: Heavenly fruits di Vladimir Kush)

E' una lontananza che arde
sotto il cielo dei chilometri,
ci ritroviamo languenti nei punti
di mezzo, gli occhi negli occhi
mi tieni e tiri il freno a mano
ancora, ancora un po', un centesimo
di tempo, un furto da nulla
del nulla trafitto e violato.

Si brucia in un attimo folle
un segreto donato agli alberi
o soffocato in un giro di chiave,
o d'una follia che vorrebbe almeno
essere; - ed è saluto veloce, vorace.

Matteo Di Stefano
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domenica 15 maggio 2011

Una poesia di Rondoni

(nella foto un quadro di Vladimir Kush)


Se così cadessero i petali come le tue palpebre
sull'azzurra cenere degli occhi
che dopo un attimo riappare

il tempo, le primavere
sarebbero l'eco del nome che porti.

Ma la prima fedeltà
il primo cuore che ti devo
è contare e onorare i giorni
che hai sul capo.

Perché io e te andiamo,
non restiamo qui.


Davide Rondoni
Il bar del tempo

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venerdì 6 maggio 2011

Gli applausi, la maschera, il camerino

E' quando torni nel camerino
che senti levarsi lieve un odore
di solitudine, è quando ti spogli,
lento, lasciando scivolar le vesti
che senti un urrà, un evviva
appena sussurrato, sognato.

Quando uno ad uno raccogli
i frammenti di te allo specchio
e togli la maschera e torni
umano, canticchiando assente
un motivetto malinconico,

quando ascolti ridere il pubblico
quando vorresti dirgli fammi ridere

quando ti vedono maschera gioconda
e a te non va nemmeno di scherzare

quando accendono le luci su di te
e nessuno più vede il buio dentro

quando, ancora nessuno vede il buio

quando capisci d'essere pura illusione
per te stesso, ti rifugi in camerino
lasciando scivolar via le false vesti,
uno ad uno i frammenti componi
e torni, a casa, senza una parola.

Matteo Di Stefano

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lunedì 2 maggio 2011

Nonostante tutto il tuo odore

(nella foto: Fiori del vento di John William Waterhouse)


E nonostante il fumo

t'abbia invaso i capelli

il bel viso mutando

in smorfie sprezzanti
,
nonostante abbiano i piedi

calpestato ripugnanze,
nonostante calde masse
nel limbo emanavano scorie,nonostante un tuffo in terra
ancora la tua pelleaveva il soave olezzo
d'una tenera albicocca.
Matteo Di Stefano


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martedì 26 aprile 2011

Furtiva mano di un fantasma occulto - Fernando Pessoa


(nella foto: Laguna di miele di Walter Mac Mazzieri; 1984)


Furtiva mano di un fantasma occulto
fra le pieghe del buio e del torpore
mi scuote, e io mi sveglio, ma nel cuore
notturno non trovo gesto o volto.

Un antico terrore che insepolto
porto nel petto, come da un trono
scende sopra di me senza perdono,
mi fa suo servo senza cenno o insulto.

E sento la mia vita di repente
legata con un filo di Incosciente
a ignota mano diretta nell’ignoto.

Sento che niente sono se non l’ombra
di un volto imperscrutabile nell’ombra:
e per assenza esisto, come il vuoto.

Fernando Pessoa

da Versi alla mano
(Antologia di composizioni poetiche legate o che fanno riferimento alla mano)
Crocetti editore 2004


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lunedì 25 aprile 2011

Dopo l'inverno - C.W. Aigner




Non è accaduto nulla.
Ho spaccato la legna e la legna
diceva della brace
Ventidue lettere
scritte due arrivate
Lo sguardo alla pioggia
come il vento la portava
sulle mani eppur cadeva
Un altro sono adesso

Traduzione di Riccarda Novello

C.W.Aigner
Prova di stelle
a cura di Riccarda Novello
Crocetti Editore 2001




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domenica 3 aprile 2011

Teatro: a te spettatore assente.

(Nella foto I Teatranti di Sergio Nardoni)


Scegliere di fare il teatrante nell vita è una mossa azzardata, un salto ad occhi chiusi nel vuoto. Non è un genere d'intrattenimento felice quanto la televisione, necessità di volontà e d'impegno, anche da parte del fruitore spettatore. Non c'è un divano a due porte dalla camera da letto, non c'è il telecomando, non c'è la possibilità di cambiare programma: se si è dentro si consuma l'intero spettacolo fino alla fine. La parola intrattenimento è fuorviante, sminuisce quello che è l'intera attività teatrale. Certo, può a volte aver la sola funzione di divertire, ma c'è nel teatro comunicazione, ricerca e riflessione sull'uomo e la vita, può essere veicolo di conoscenza e d'indagine su temi particolarmente sensibili. Il teatro è una complessa macchina che il più delle volte si muove in riserva: pochi soldi, poche soddisfazioni monetarie. Chi decide di farlo, lo fa per una ferma convinzione che il teatro sia uno strumento comunicativo superiore alle altre forme: più immediato, più stimolante per chi vuole riflettere, più "alto" rispetto a certi tipi d'intrattenimento che hanno puramente carattere commerciale. E' un impegno dicevo; non solo economico ma anche fisico: per lo spettatore significa spostarsi in città, faticare a trovare parcheggio, fare una fila al botteghino, mangiare prima o dopo la rappresentazione un boccone fuori casa. Il risultato poi, non sempre paga questo impegno. Spesso però, il fruitore di spettacoli teatrali è pienamente appagato; ci sono però altri tipi di pubblico, quello occasionale, quello composto dai conoscenti di un attore o regista, quello che va a teatro soltanto se invitato. Non ama molto le rappresentazioni, e questo forse più per una sorta di pregiudizio che per gusti personali. Se infatti tale individuo, notoriamente scettico e annoiato dal palcoscenico, potesse una volta scegliere uno spettacolo buono capirebbe che il teatro è tutt'altro che noioso. Anzi, può superare e supera tutte le altre forme. Rilascia energie e si viene risucchiati in un vortice di adorazione/amore che lega per sempre quello spettatore al settore del teatro. Non a caso gli spettatori sono abituali. Può capitare, certo, che per "colpa" di un amico qualcuno scopra il teatro e se ne innamori. Sono casi limite e limitati. Più diffuso invece è il fenomeno dei bucaioli: questi individui hanno un amico teatrante che li invita a tutti i loro eventi. E, se siete tra loro, è consigliabile non inventare troppe storie per dir di no. Il teatrante sa che la sua è una forma poco amata e sa, che per lo più le sue due date o poco più sono una seccatura. Soprattutto, il teatrante sa bene che s'inventeranno ogni sorta di scusa: fa parte del suo mestiere ricevere scuse. Perciò è altamente preparato in questo e capisce perfettamente che quel "mi dispiace ma" corrisponde ad un "non mi va ma non so come dirtelo". Bene, allora tanto vale essere franchi come disse un tempo un mio conoscente (evento che per anni ho rinfacciato, ma che adesso inizio ad apprezzare): - non vengo a vederti perché il teatro mi fa schifo.
In tutto questo non dico che il pubblico debba essere composto da conoscenti ma, soprattutto agli esordi, è difficile avere un pubblico stabile di spettatori fidati che ti segue soltanto per la tua bravura.

Credo che, rubare poche sere all'anno ad una persona sia un furto da niente. Davvero, è chiedere niente. Soprattutto perché non sono poi tante le sere di replica. Uno spettacolo ha una gestazione lunga e una morte fulminante: si consuma tutto in una sera. Mesi di prove si polverizzano in poche ore sulla scena. Poi più niente. Oppure, se sei fortunato, puoi fare nuove repliche ma il più delle volte non è così. Ed è una fatica che lo spettatore non immagina arrivare alla sera dello spettacolo: dietro ci sono tanti giorni di prove, tanti costi da sostenere e magari un lavoro che non si ama ma che permette di pagare le spese per andare alle prove. C'è tanto di quell'amore versato e che vorremmo trasmettere in quell'unica sera a quello spettatore che ha riposto fiducia in noi. Per questo non mi piace sentir campare scuse, per questo non amo, tra le tante cose, più di ogni altra cosa chi dice "la prossima volta". La prossima volta vuol dire altro sangue da sputare, altro sudore, altro amore da mischiare alla polvere. Perché è soprattutto l'amore e la passione a muovere, perché il più delle volte la ricompensa è assai minore dello sforzo prodotto. Ma è così; lo si fa per amore, e sarebbe felice quel teatrante veder fuori dai camerini almeno gli amici più cari oppure qualche conoscente ogni tanto. Sarebbe felice, di non sentirsi dire la prossima volta, perché non è un film che puoi vedere in Dvd quando vuoi o un picnic in una giornata di sole. E' l'emozione, lo sforzo di tanti mesi che si consuma in una sera: la prossima volta non esiste. Lo spettacolo inizia e muore nell'arco di poche ore, non ci sarà prossima volta. La prossima volta è il giorno stesso. La rinuncia è un'occasione persa che non si ripeterà più, o se si ripeterà non sarà comunque la stessa. Per questo, caro spettatore, ti dico di dirlo francamente. Conosciamo ogni tua scusa, ogni tua bugia: è il nostro mestiere raccontarti le tue bugie.

Alessandro Giova


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